Inviati dell’Unione Africana in Etiopia: si temono migliaia di morti

Pubblicato il 25 novembre 2020 alle 19:06 in Africa Etiopia

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Gli inviati dell’Unione Africana (UA) si sono recati in Etiopia, mercoledì 25 novembre, poche ore prima della scadenza dell’ultimatum rivolto dal governo federale alle forze regionali del Tigray per costringerle ad arrendersi. Il conflitto civile, a sfondo etnico, sta sconvolgendo la sicurezza del Paese e dell’intera regione del Corno d’Africa. Si teme che migliaia di uomini, militari e non, siano rimasti uccisi.

Il governo del primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha lanciato, lunedì 23 novembre, un ultimatum della durata di 72 ore per spingere il Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF) a deporre le armi. Qualora non dovesse farlo, ha avvertito Abiy, le forze regionali dovranno preparasi ad affrontare un assalto alla loro capitale, Mekelle, che ospita circa mezzo milione di persone. La scadenza avverrà mercoledì sera.

Bombardamenti aerei e combattimenti di terra hanno provocato caos e distruzione da quando sono scoppiati gli scontri, il 4 novembre. Circa 42.000 rifugiati sono fuggiti oltre il confine per raggiungere il Sudan e i razzi del TPLF sono arrivati fino alla vicina Eritrea. L’agenzia di stampa AMMA, gestita dalle autorità della regione di Amhara, che sostengono Abiy, ha riferito che più di 10.000 “forze della giunta” del Tigray sono state “neutralizzate” grazie al sequestro di più di 15.000 armi leggere e pesanti durante le battaglie da Dansha ad Adwa. Con le connessioni telefoniche bloccate e l’accesso a Internet interrotto, tuttavia, è difficile verificare le informazioni diffuse. Un diplomatico di alto livello coinvolto nello sforzo di pace ha detto all’agenzia di stampa Reuters di essere rimasto sorpreso dal rapporto sulle 10.000 vittime tigrine, dal momento che una tale cifra implicherebbe lo svolgimento di battaglie campali su vasta scala e, sebbene ciò non sia impossibile, per il momento non si sarebbe ancora verificato.

Nel frattempo, crescono le preoccupazioni della comunità internazionale per le “evidenti violenze etniche” e il presunto “coinvolgimento eritreo”. Abiy, appartenente al gruppo degli Oromo, ha negato qualsiasi movente etnico dietro la sua offensiva, mentre l’Eritrea ha respinto le accuse del TPLF di aver inviato truppe oltre il confine per sostenere la spinta federale.

Tre inviati dell’Unione Africana (UA), gli ex presidenti Joaquim Chissano, del Mozambico, Ellen Johnson Sirleaf, della Liberia, e Kgalema Motlanthe, del Sudaffrica, sono arrivati ad Addis Abeba per una serie di incontri, nella giornata di mercoledì. Abiy aveva dichiarato poco prima che li avrebbe accolti con piacere ma che si sarebbe rifiutato di iniziare colloqui con il TPLF finché non si arrenderà o sarà sconfitto.

Le nazioni europee hanno discusso del conflitto martedì 24 novembre, durante una riunione a porte chiuse del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Anche Jake Sullivan, nominato consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti dal neo presidente americano Joe Biden, ha sollecitato il dialogo. “Sono profondamente preoccupato per il rischio di violenza contro i civili, compresi potenziali crimini di guerra, nei combattimenti intorno a Mekelle, in Etiopia”, ha twittato.

Addis Abeba ha ordinato l’avvio di operazioni militari nel Tigray il 4 novembre, dopo aver affermato che il TPLF aveva attaccato alcuni campi militari federali situati nella regione, affermazioni che il governo tigrino nega apertamente. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray è stato per molto tempo, almeno dal 1991, la forza dominante nella coalizione di governo, il cosiddetto Fronte democratico rivoluzionario popolare etiope (EPRDF), un’alleanza multietnica composta da quattro partiti, che ha guidato il Paese per quasi 30 anni prima che Abiy salisse al potere, nell’aprile 2018, sulla scia di un diffuso sentimento antigovernativo nazionale. Lo scorso anno, il TPLF si è separato dall’EPRDF dopo essersi rifiutato di fondersi con gli altri tre partiti della coalizione nel neo formato Prosperity Party (PP), sotto il comando di Abiy. Molti leader del Tigray si sono lamentati per essere stati ingiustamente citati in procedimenti giudiziari basati su accuse di corruzione o per essere stati rimossi da posizioni di comando e additati spesso come capri espiatori per i mali del Paese. 

L’Etiopia avrebbe dovuto tenere le elezioni nazionali ad agosto, ma l’organo elettorale del Paese ha stabilito, a marzo, che tutte le votazioni avrebbero dovuto essere rinviate a causa della pandemia di coronavirus. I legislatori hanno dunque votato per estendere i mandati dei funzionari, che sarebbero scaduti a inizio ottobre, mentre i leader del Tigray si sono rifiutati di accettare la decisione e sono andati avanti con le elezioni regionali, a settembre. Il voto, tuttavia, è stato ritenuto “illegale” dal governo di Abiy. Pertanto, entrambe le parti si ritengono a vicenda “illegittime” e i parlamentari federali hanno stabilito che il governo di Abiy dovrebbe interrompere i contatti e il finanziamento alla leadership del Tigray.

I tigrini rappresentano solo il 6% degli etiopi ma, prima del governo di Abiy, hanno rappresentato una delle forze politiche dominanti. Secondo l’International Crisis Group, il Tigray e i suoi alleati contano fino a 250.000 combattenti e possiedono scorte significative di materiale militare.

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Chiara Gentili

di Redazione

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