Yemen: tra condanne e perduranti tensioni

Pubblicato il 24 novembre 2020 alle 8:33 in Arabia Saudita Yemen

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La coalizione a guida saudita, impegnata nel conflitto yemenita a fianco dell’esercito governativo, ha dato conferma dell’attacco perpetrato dai ribelli Houthi contro una stazione di distribuzione di petrolio della compagnia Saudi Aramco. Nel frattempo, continuano le tensioni in Yemen.

In particolare, è stato il portavoce della coalizione, il colonnello Turki al-Maliki, il 23 novembre, a confermare quanto accaduto nella mattina della medesima giornata, quando le milizie sciite hanno dichiarato di aver lanciato un missile contro una stazione di distribuzione gestita dalla compagnia saudita, situata a Gedda. Dopo che il Ministero dell’Energia saudita ha riferito di un incendio scoppiato nel medesimo luogo, presso un serbatoio di carburante, al-Maliki ha puntato il dito contro i ribelli Houthi, accusandoli di aver colpito, con il sostegno dell’Iran, non “le capacità nazionali del Regno”, bensì “la spina dorsale dell’economia globale”, e, di conseguenza, “la sicurezza energetica internazionale”.

Per al-Maliki, quanto accaduto il 23 novembre rappresenta una continuazione degli attentati perpetrati il 14 settembre 2019 contro due impianti petroliferi della compagnia saudita Aramco, situati nelle province di Abqaiq e Khurais, nell’Est dell’Arabia Saudita. A tal proposito, il colonnello della coalizione ha evidenziato come vi siano diverse prove che dimostrano il coinvolgimento di Teheran, tra cui il tipo di armi impiegate, come missili da crociera e droni esplosivi, di fabbricazione iraniana. Gli attacchi del 14 settembre 2019 erano stati rivendicati dal gruppo di ribelli sciiti Houthi. Tuttavia, l’Iran è stato ritenuto il responsabile di tale accaduto sia dagli Stati Uniti sia da altri Paesi, tra cui Francia, Germania e Regno Unito, in quanto non vi sarebbero “altre spiegazioni”. Teheran, dal canto suo, ha rifiutato qualsiasi coinvolgimento, mentre Riad, nell’incontro di Davos del 23 gennaio 2020, ha affermato che le indagini erano ancora in corso.

Commentando l’attacco contro la stazione di Gedda, al-Maliki ha sottolineato che prendere di mira soggetti e oggetti civili, comprese le strutture economiche, in modo sistematico e deliberato, viola il diritto internazionale umanitario ed è da definirsi un crimine di guerra. Parallelamente, il Regno saudita ha espresso forte condanna verso quegli atti terroristici e di sabotaggio commessi contro installazioni vitali, i quali prendono di mira la sicurezza e la stabilità degli approvvigionamenti energetici al mondo. Per tale motivo, tali operazioni devono essere frenate e i responsabili portati davanti alla giustizia. Dichiarazioni simili sono giunte dai Ministeri degli Esteri di Egitto, Yemen, Emirati Arabi Uniti (UAE) e Giordania, oltre che dalla Lega Araba.

Nel frattempo, nella sera del 23 novembre, le forze della coalizione hanno colpito depositi di armi e munizioni situati nell’Est della capitale yemenita Sana’a. A riferirlo, un corrispondente di al-Arabiya, secondo cui sarebbero stati altresì colpiti rifornimenti militari e veicoli appartenenti alle milizie ribelli. L’episodio è da collocarsi in un clima di perdurante tensione che vede i ribelli Houthi affrontarsi con le cosiddette forze congiunte su diversi fronti nel Nord e nel Nord-Ovest dello Yemen. A tal proposito, il 21 novembre, decine di combattenti sciiti sono rimasti uccisi o feriti presso Nihm, considerata la porta orientale verso Sana’a, dopo aver tentato di avanzare verso le postazioni occupate dall’esercito governativo.

La data di inizio del perdurante conflitto civile in Yemen è da far risalire al 19 marzo 2015, quando i ribelli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il proprio controllo nelle province meridionali yemenite. Successivamente, il 26 marzo dello stesso anno, l’Arabia Saudita è entrata in campo a capo di una coalizione attualmente formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait e Bahrain e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Da gennaio 2020, le milizie sciite hanno alimentato una escalation che ha interessato prevalentemente i governatorati di M’arib, Jawf e Sana’a. La conquista più rilevante per i gruppi ribelli è stata Hazm, capoluogo di al-Jawf occupato dal primo marzo 2020, che ha consentito agli Houthi di prendere il controllo di un terzo governatorato prossimo all’Arabia Saudita, dopo Sa’da e Hajjah. Tuttavia, l’esercito yemenita ha continuato, fin da subito, a condurre attacchi e battaglie per ripristinare il proprio controllo sull’area.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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