Guatemala: le origini della crisi

Pubblicato il 24 novembre 2020 alle 10:37 in America Latina America centrale e Caraibi

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La crisi politica che sta attraversando il Guatemala ha origini più profonde della legge di bilancio che ha provocato le violente manifestazioni culminate con l’incendio del parlamento di sabato 21 novembre e l’aperta contestazione al presidente Giammattei da parte del suo stesso vicepresidente. Gli analisti attribuiscono il malcontento non solo alla concentrazione di potere nelle mani del presidente, Alejandro Giammattei, ma anche a una tensione che cova da almeno cinque anni.

Le immagini del Congresso guatemalteco in fiamme tra le proteste sono la prova della debolezza del governo, tuttavia questo si è insediato nel gennaio 2020 e i problemi del Guatemala sono molto più antichi. La democrazia nata della fine della guerra civile nel 1996 è sempre stata debole, ma l’escalation della tensione attuale tensione può essere fatta risalire a una crisi politico-giudiziaria che si trascina dal 2015.

Cinque anni fa a seguito di indagini da parte delle Nazioni Unite è venuta alla luce una serie di atti di corruzione che legavano le autorità doganali del Paese centroamericano a politici e narcotrafficanti, coinvolgendo direttamente l’allora presidente Otto Pérez Molina, arrestato a settembre del 2015, e il suo successore, Jimmy Morales, nonché familiari e collaboratori dei due ex-presidenti e di numerosi politici di primo piano.

Già allora iniziarono alcune proteste – invero timide se paragonate a quelle attuali – contro la corruzione nel Paese e a sostegno del lavoro del Procuratore speciale contro l’impunità, che ha indagato sulle irregolarità, e della Commissione internazionale contro l’impunità in Guatemala (CICIG).

Il politologo Luis Velázquez ha spiegato all’edizione latinoamericana del network russo Sputnik che, nonostante l’intensità di quelle proteste nel 2015, le possibilità di cambiamenti strutturali nel sistema politico guatemalteco sono state chiuse nel 2019, quando dueanbte processo elettorale che avrebbe dato la vittoria all’attuale presidente, Alejandro Giammattei, un accordo politico politico giudiziario ha impedito la candidatura di Thelma Aldana, ex procuratore generale del Paese e una dei principali leader nel perseguimento giudiziario degli atti di corruzione denunciati nel 2015.

“C’è consenso tra gli analisti sul fatto che la finestra di opportunità che si è aperta nel 2015 si sia chiusa con le elezioni del 2019”, ha detto Velázquez. “Ma, nonostante l’elezione di Giammattei a presidente sembrasse calmare le acque in Guatemala, la sfacciataggine mostrata dai governanti a fronte delle numerose irregolarità ha lasciato la popolazione in uno stato di indignazione permanente”.

L’insediamento di Giammattei lo scorso gennaio non ha calmato le acque ma anzi le ha agitate ulteriormente, secondo l’analista, per via “della risposta povera e disinteressata del presidente, prima alle conseguenze economiche del COVID-19 e poi alla distruzione causata delle tempeste tropicali”. È in questo quadro che può essere compreso il malcontento popolare per la legge di bilancio, poiché “prendono denaro dagli ospedali pubblici e lo danno al Congresso per acquistare veicoli o assegnano alla Crociata nazionale contro la malnutrizione un budget 80 volte inferiore a quella del Ministero della Difesa”.

Un’altra differenza sostanziale è che, mentre la mobilitazione del 2015 ha avuto un profilo più spontaneo, l’attuale protesta ha il sostegno di organizzazioni sociali chiave come l’Associazione degli studenti universitari (AEU) del Guatemala. Velázquez ha sottolineato che questa maggiore organizzazione non significa che non ci sia, allo stesso tempo, un’auto-convocazione di molti manifestanti. “Domenica 22 non c’è stata convocazione ma la gente è andata lo stesso in Plaza de la Constitución. Non hanno aspettato una convocazione anche se il giorno prima c’era stata la repressione”, ha sottolineato l’analista. A suo avviso, le proteste del 2020 stanno mobilitando diversi settori della società guatemalteca in un modo senza precedenti.

Secondo diversi politologi quanto accaduto in Cile, Ecuador, Bolivia e Perù ha influenzato i guatemaltechi; il clima generale di malcontento in tutta l’America Latina si è esteso al Guatemala, sommandosi alle regioni locali.

Quando il malcontento della popolazione per il bilancio inviato al Congresso da Giammattei era già un dato di fatto, il vicepresidente, Guillermo Castillo, ha annunciato pubblicamente la possibilità di porre il veto al disegno di legge di bilancio 2021 ed ha avvisato che entrambi si sarebbero potuti dimettere dalla loro carica. Nella sua richiesta, ha anche proposto al presidente di eliminare il Centro di governo, una sorta di gabinetto ristretto che il presidente ha creato all’inizio della sua amministrazione.

Il Centro di Governo è motivo, sin dall’insediamento della nuova amministrazione, delle tensioni tra il presidente e il suo vicepresidente. Tale centro all’atto pratico ha sostituito varie funzioni della vicepresidenza e funziona come se fosse un super-ministero che coordina le esecuzioni che corrispondono ad altri uffici governativi.

La proposta di Castillo quindi, sebbene rientri nello scontro tra presidente e vicepresidente, rappresenta una novità per via dell’idea che i sostituti suo e di Giammattei non fossero eletti dal Congresso, come prevede la costituzione, ma nominati convocando un gruppo di notabili sostenuto dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa evangelica per gestire la transizione.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

 

di Redazione

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