Iraq: attacco a Nord di Baghdad causa 10 vittime, accusato l’ISIS

Pubblicato il 22 novembre 2020 alle 19:08 in Iraq Medio Oriente

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Il governatorato iracheno di Salah al-Din, collocato a Nord della capitale Baghdad, ha annunciato tre giorni di lutto il 22 novembre, dopo aver subito un attacco imputato all’ISIS il giorno prima in cui hanno perso la vita 10 persone.

Secondo quanto riferito dalla polizia e dalle autorità locali, il 21 novembre, una bomba collocata lungo una strada del governatorato di Salah al-Din è esplosa, colpendo un’auto con a bordo civili, in un tratto collocato 200 km a Nord di Baghdad. Quando le forze di sicurezza sono arrivate sul luogo dell’accaduto, i presunti combattenti dell’ISIS avrebbero aperto il fuoco contro di loro, uccidendo, in totale, 6 militari e 4 civili, uno dei quali non è morto subito ma nel corso della notte, a causa delle ferite riportate. Sebbene lo stato Islamico non abbia rivendicato l’attacco, le autorità iracheno lo hanno ritenuto responsabile.

L’episodio del 21 novembre è giunto a quasi due settimane di distanza dall’attacco dello scorso 9 novembre, nel quale hanno perso la vita 11 persone a seguito di un attentato perpetrato dallo Stato Islamico contro una postazione militare nell’Ovest di Baghdad, a Radouaniya, un villaggio all’ingresso occidentale dalla capitale.

L’ISIS è presente sul suolo iracheno dal 2014, anno in cui ha iniziato ad occupare vaste porzioni del territorio nazionale, compresa la seconda città irachena, Mosul, conquistata il 10 giugno 2014 e che è stata il principale centro urbano conquistato dall’ISIS in Iraq. Il 10 luglio 2017, il governo di Baghdad aveva poi annunciato di aver riconquistato Mosul e, il successivo 9 dicembre, l’allora primo ministro dell’Iraq, Haider Al-Abadi, aveva annunciato la vittoria del Paese sullo Stato Islamico dopo tre anni di battaglie, in seguito alla a riconquista di Rawa, una città ai confini occidentali di Anbar con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. Da allora, l’ISIS ha continuato a sferrare attacchi localizzati e a scatenare insurrezioni e guerriglie nell’Iraq settentrionale per indebolire il governo di Baghdad.

Al momento, i combattenti dello Stato Islamico non controllano più porzioni di territorio ma nel Paese sono ancora presenti le cosiddette “cellule dormienti” che compiono attacchi individuali, spesso contro infrastrutture statali, per lo più situate nelle aree desertiche a Nord di Baghdad. Oltre a questo, un altro target frequente dell’ISIS sono le Forze di Mobilitazione Popolare, o Hashd al-Shaabi, una coalizione di milizie paramilitari per lo più sciite appoggiate dall’Iran che avevano combattuto contro l’ISIS a fianco della coalizione guidata dagli USA.

Di fronte a tale scenario, nel corso del 2020, le autorità irachene hanno avviato più operazioni militari. Tra queste, vi è la cosiddetta “Gli eroi dell’Iraq”, la cui terza fase ha avuto inizio il 22 giugno scorso ed è stata un’operazione di terra che ha interessato un’area pari a circa 5 km quadrati, estesa tra le province di Salah al-Din e Diyala, fino al lago Tharthar, a Sud di Samarra. In precedenza, il 17 maggio, le forze di sicurezza irachene avevano lanciato una nuova operazione, chiamata “Leoni dell’isola”, il cui obiettivo era quello di far fronte alle cellule dormienti dell’ISIS, attive nell’Ovest di Salah al-Din, nel Sud di Ninive, nel Nord di Anbar e in alcune aree al confine siro-iracheno, su un totale di undici assi.

Nonostante tali iniziative, il governo iracheno ha però ricevuto più critiche ed è stato accusato di non aver fatto abbastanza per frenare l’operato dell’organizzazione jihadista. Nel mentre, gli USA, che avevano contribuito nella lotta dell’Iraq contro l’ISIS mettendosi a capo di una coalizione armata, hanno iniziato a ritirare le proprie truppe di stanza nel Paese mediorientale. Nel 2020, i soldati degli Stati Uniti in Iraq sono passati da 5.200 a 3.000 e, di recente, è stato annunciato un ulteriore ritiro di 500 uomini entro metà gennaio. Anche altri Paesi stanno ritirando i propri soldati dall’Iraq e alcuni osservatori temono una ripresa di vigore da parte dello Stato Islamico.

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Camilla Canestri

di Redazione

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