Apple: pressioni sul Congresso per mitigare la legge sugli uiguri

Pubblicato il 21 novembre 2020 alle 9:16 in Cina USA e Canada

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L’azienda statunitense Apple starebbe facendo pressioni sul governo di Washington affinché alleggerisca la proposta di legge chiamata Uyghur Forced Labor Prevention Act, riguardante la prevenzione del lavoro forzato della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri che vivono prevalentemente nella regione autonoma del Xinjiang, in Cina. La notizia è stata diffusa da The Washington Post il 20 novembre, sulla base di informazioni ricevute da membri dello staff del Congresso statunitense rimasti anonimi, e potrebbe dimostrare discrepanze tra le necessità dettate dagli affari per Apple e la sua posizione per quanto riguarda i diritti umani.

Secondo le fonti, i colloqui del Congresso con l’azienda sarebbero avvenuti in forma privata e Apple sarebbe una delle molte compagnie statunitensi ad opporsi alla proposta di legge così come è stata finora formulata. I membri dello staff del Congresso non hanno però rivelato a Washington Post quali siano le disposizioni che Apple vorrebbe fossero eliminate per paura di essere identificati, ma hanno confermato che l’azienda stia cercando di attenuare il testo in generale.

Il Congresso degli Stati Uniti sta valutando la proposta di legge Uyghur Forced Labor Prevention Act, che è stata presentata per la prima volta lo scorso 11 marzo, poi approvata dalla Camera dei Rappresentanti il 23 settembre con 406 voti in favore e 3 contrati ed è ora in mano al Senato che deve ancora esprimersi a riguardo. In base a tale disegno di legge, le aziende statunitensi devono garantire di non usufruire dell’operato di lavoratori imprigionati o forzati della regione autonoma cinese del Xinjiang, dove vive la minoranza turcofona musulmana degli uiguri, oggetto del disegno di legge.  Tra le disposizioni della boza è previsto che, se le aziende statunitensi avessero usufruito di lavori forzati nel Xinjiang, potrebbero essere perseguite legalmente. Il testo è incentrato soprattutto sui settori tessile e low-tech e colpirà ad esempio le importazioni di cotone, uno dei principali prodotti del Xinjiang.

Al momento, la legge statunitense già prevede bandi alle importazioni di prodotti realizzati sfruttando i lavori forzati ma, oltre a non essere applicata spesso, è difficile provare che le aziende statunitensi coinvolte fossero a conoscenza dei fatti. Secondo alcuni osservatori, però, anche la nuova legge, essendo specifica per il Xinjiang, non terrebbe conto degli uiguri portati altrove a lavorare, rendendo difficile il tracciamento da parte delle aziende statunitensi che svolgono operazioni in Cina.

Apple è una tra le compagnie statunitensi che dipendono maggiormente dal settore manifatturiero cinese e, secondo alcune associazioni per i diritti umani, nella sua catena di approvvigionamento vi sarebbero casi sospetti di sfruttamento della minoranza uigura. Prima delle ultime rivelazioni, il portavoce di Apple, Josh Rosenstock, si era già espresso sulla proposta di legge sostenendo che l’azienda appoggiasse gli obiettivi dello Uyghur Forced Labor Prevention Act e che avrebbe lavorato con le istituzioni per raggiungerli. Rosenstock aveva poi specificato che, a seguito di indagini approfondite condotte con i propri fornitori cinesi, non era risultato alcun caso di sfruttamento del lavoro forzato nelle linee di produzione di Apple. Lo scorso 29 luglio, poi, durante un’udienza al Congresso, l’amministratore delegato, Tim Cook, aveva dichiarato che l’azienda non tollera i lavori forzati e che se dovessero essere riscontrati casi simili in alcuni suoi fornitori, Apple terminerebbe immediatamente tali contratti.

La direttrice del dipartimento internazionale dell’American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations, Cathy Feingold, ha affermato che Apple vorrebbe non subire conseguenze reali ed è preoccupata perché con lo Uyghur Forced Labor Prevention Act ciò potrebbe invece accadere per la prima volta. 

 Oltre a Apple, vi sono poi altre grandi aziende statunitensi coinvolte dalla proposta di legge, anche in misura maggiore, che ne chiedono un alleggerimento. Patagonia, Coca-Cola e Costco, ad esempio, sono state indicate direttamente nel testo di legge per aver usufruito di lavori forzati e, prima che arrivi l’approvazione del Senato, stanno facendo pressioni per la rimozione dei loro nomi.

Gli USA, così come altri Paesi per lo più occidentali, accusano la Cina di aver perpetrato danni ai diritti umani degli uiguri adottando politiche di repressione nei loro confronti. In base a stime di Human Rights Watch (HRW), poi, Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Alcuni gruppi di attivisti hanno affermato che Pechino stia cercando di indottrinare gli uiguri con l’ideologia comunista facendoli rinunciare alle tradizioni islamiche, per cancellarne la cultura e l’identità.

Al contrario, però, il governo di Pechino ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nel Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang. In particolare, per Pechino, tra gli uiguri vi sarebbero dei militanti coinvolti nell’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese del Xinjiang, il cui obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, termine utilizzato oggi dai separatisti per riferirsi al Xinjiang.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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