Egitto, Sinai del Nord: l’ISIS rivendica l’esplosione presso un gasdotto

Pubblicato il 20 novembre 2020 alle 9:39 in Africa Egitto

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Un gasdotto situato nella regione egiziana del Sinai del Nord è stato oggetto di una violenta esplosione. Le forze locali sono riuscite a contenere l’incendio, ma, poche ore dopo l’accaduto, lo Stato Islamico ha rivendicato la responsabilità dell’incidente.

L’esplosione ha avuto luogo il 19 novembre, nei pressi di al-Arish, in un’area del Sinai che continua a far fronte alla presenza dell’ISIS. Nello specifico, la conduttura di gas naturale oggetto dell’incidente si trova nel villaggio di Al-Touloul, a Est di Bir Al-Abd, ed è considerata tra le più rilevanti per il trasporto di gas tra Egitto e Israele. Secondo quanto riferito dal portavoce dell’esercito egiziano, Tamer Al-Rifai, le forze del Cairo sono riuscite a controllare l’incendio, e, fino ad ora, non sono stati riportati gravi danni materiali né vittime. Lo stesso al-Rifai ha poi affermato che sono state avviate indagini volte a scoprire le cause e le dinamiche dell’incidente. Dal canto suo, la compagnia statale di gas naturale GASCO ha riferito che le condutture sono state messe in sicurezza e le valvole di controllo chiuse, mentre la via di accesso al gasdotto è stata momentaneamente chiusa al traffico.

Lo Stato Islamico, e, nello specifico, l’organizzazione ad esso affiliata Wilayat Sinai, ha rivendicato la responsabilità di quanto accaduto nella sera del 19 novembre. In particolare, l’organizzazione ha riferito di aver piantato ordigni esplosivi nei pressi del gasdotto, il quale è stato obiettivo di attacchi simili sin dal mese di febbraio 2011. L’obiettivo di Wilayat Sinai è fermare il pompaggio di gas verso Israele, oltre a interrompere la fornitura di energia alle fabbriche dell’esercito egiziano nel Sinai centrale.

Uno degli ultimi episodi simili si è verificato il 2 febbraio scorso. A detta di agenti della sicurezza locali, erano stati almeno 6 gli uomini armati mascherati che avevano posto esplosivi presso il gasdotto. L’incendio scaturito aveva causato danni materiali soprattutto sul tratto egiziano-israeliano, ma, a detta delle fonti, ciò non aveva influito sulle esportazioni di gas dal giacimento israeliano di Leviathan verso l’Egitto. L’accaduto aveva avuto luogo dopo che, il 15 gennaio, il Ministero del Petrolio e delle Risorse minerarie egiziano aveva reso noto che le attività di pompaggio di gas naturale dal giacimento israeliano Leviathan avevano avuto inizio e che il gas ricavato sarebbe stato esportato in Egitto, sulla base di accordi precedentemente raggiunti.

L’intera regione del Sinai, zona di congiunzione tra i continenti africano ed asiatico, vive da mesi in uno stato d’allerta. Nel mese di luglio scorso, l’esercito egiziano si è ritrovato a contrastare i militanti dello Stato Islamico presso Bir al-Abd, dove Wilayat Sinai era riuscita ad assumere il controllo di diversi villaggi nell’area occidentale di tale città. Le tensioni avevano avuto inizio il 22 luglio, dopo che Il Cairo aveva dichiarato di aver sventato un attacco terroristico nella regione del Sinai del Nord, uccidendo 18 militanti. Da allora, sono state piantate mine ed esplosivi in punti strategici dei villaggi di Bir al-Abd, impedendo alle forze egiziane di dare la caccia agli insorti. Per tale ragione, l’esercito del Cairo aveva fatto ricorso ai bombardamenti aerei, rischiando di provocare un alto numero di vittime civili.

Wilayat Sinai trova la sua origine in un ulteriore gruppo, Ansar Bayat al-Maqdis, fautore del raggruppamento di diversi militanti attivi nella regione del Sinai. Nel 2014, Wilayat Sinai ha giurato fedeltà all’ISIS, assumendo il nome attuale. Si stima che il numero dei combattenti oscilli tra i 1.000 ed il 1.500, operanti per lo più in tale regione, ma responsabili di alcuni attacchi anche in altre aree egiziane. Il 2 novembre 2019, inoltre, tale organizzazione ha giurato fedeltà al nuovo leader dello Stato Islamico, Abu Ibrahim al-Hashemi al-Quraishi.

In tale quadro, con l’ordinanza numero 596 del 2020, il 26 ottobre, il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha esteso lo stato di emergenza in tutto il Paese per la quindicesima volta consecutiva. In realtà, l’Egitto è in uno stato di emergenza continuo dal 10 aprile 2017, quando una serie di bombardamenti contro alcune chiese situate nei governatorati del Cairo e di Alessandria hanno provocato la morte di circa 47 persone. Sebbene la Costituzione egiziana preveda che lo stato di emergenza venga promulgato per soli sei mesi consecutivi, negli ultimi anni il presidente egiziano si è spesso affrettato a rinnovarlo ancor prima della scadenza stabilita.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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