Pechino all’alleanza dei cinque occhi: stia attenta a non essere accecata

Pubblicato il 19 novembre 2020 alle 11:05 in Cina Nuova Zelanda USA e Canada

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I ministri degli Esteri dell’alleanza d’intelligence dei cinque occhi, che comprende Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, il 18 novembre, hanno accusato la Cina di reprimere il dissenso a Hong Kong per aver revocato l’incarico a 4 legislatori dell’opposizione. Il 19 novembre, Pechino ha risposto affermando: “Che i loro occhi siano cinque o dieci non importa, fin quando oseranno danneggiare la sovranità, la sicurezza e lo sviluppo degli interessi della Cina, stiano attenti che non vengano resi ciechi”.

I membri dell’alleanza dei cinque occhi hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui si legge: “Sollecitiamo le autorità centrali cinesi a riconsiderare le proprie azioni contro la legislatura eletta di Hong Kong e a reinsediare i membri del Consiglio Legislativo”. I cinque Paesi hanno poi aggiunto che tali azioni hanno rappresentato una violazione degli obblighi assunti dalla Cina con la Dichiarazione congiunta sino-inglese, siglata il 19 dicembre 1984, che hanno ricordato essere legalmente vincolante nonché registrata come un trattato dall’Onu.

Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri di Pechino, Zhao Lijian, ha dichiarato che i cinque Paesi hanno gravemente violato la legge internazionale e le norme fondamentali delle relazioni tra Paesi, rilasciando dichiarazioni irresponsabili sugli affari di Hong Kong che sono affari interni della Cina. Zhao ha aggiunto che, dall’attuazione della legge sulla sicurezza nazionale, lo scorso primo luglio, ad Hong Kong non vi sono più stati “bellissimi scenari”, citando il modo in cui la presidente della Camera dei Rappresentanti degli USA, Nancy Pelosi aveva descritto le proteste di Hong Kong del 2019. Zhao ha ribadito come le azioni adottate dal governo cinese e da quello di Hong Kong rispettino la Costituzione cinese e la Basic Law di Hong Kong, la mini-costituzione dell’isola, e ha ricordato che per coloro che amano il Paese sia naturale apprezzare che chi si opponga alla Cina e distrugga Hong Kong sia escluso.

La questione sollevata dai cinque Paesi riguarda quanto avvenuto lo scorso 11 novembre, quando il governo della regione amministrativa speciale di Hong Kong ha annunciato l’esclusione dal loro incarico di 4 membri del Consiglio legislativo, secondo quanto previsto da una risoluzione adottata dal Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), il massimo organo legislativo del governo di Pechino, che ha conferito all’autorità governativa dell’isola tale potere di esclusione.

L’incarico dei quattro era stato revocato a causa del precedente rifiuto della loro candidatura alle elezioni, poi posticipate di un anno, dello scorso 6 settembre, da parte delle autorità competenti, in quanto avevano rivolto appelli a governi stranieri affinché imponessero sanzioni sia su Pechino, sia su Hong Kong. Nonostante la loro candidatura fosse stata respinta, a quel tempo, era stato loro concesso di continuare il proprio lavoro di legislatori durante l’estensione del mandato del sesto Consiglio che sarà rinnovato a settembre 2021. I fatti dell’11 novembre scorso, avevano quindi spinto tutti i membri dell’opposizione del Consiglio legislativo a dimettersi in segno di protesta.

Lo scorso 30 giugno, l’ANP aveva approvato la “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale”, entrata in vigore il giorno dopo e fatta rientrare nell’Allegato III della Basic Law. Con essa sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali per i quali sono previste pene fino all’ergastolo. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino.

Più Paesi, tra cui anche i membri dell’alleanza dei cinque occhi, si sono opposti a tale provvedimento e hanno adottato varie contromisure, come la sospensione dei trattati di estradizione con l’isola, la facilitazione per ottenere la cittadinanza inglese per parte della popolazione di Hong Kong da parte del Regno Unito e l’applicazione di sanzioni da parte degli USA, ritenute però inefficaci per invertire il corso delle scelte di Pechino.

Hong Kong fa ufficialmente parte della Cina dal primo luglio 1997, quando fu ultimato il passaggio della sua sovranità dal Regno Unito al governo di Pechino, secondo una serie di condizioni stabilite nella Dichiarazione congiunta sino-inglese. In base a tale documento, le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi adottato da Pechino. Tale principio e modalità di gestione sarebbero dovuti restare in vigore fino al 2047 ma per molti la legge sulla sicurezza nazionale li avrebbe già erosi.

 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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