UE: anche la Slovenia mette il veto sul Recovery Plan

Pubblicato il 18 novembre 2020 alle 20:25 in Europa Slovenia

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La Slovenia si unisce alla Polonia e all’Ungheria nel rifiutare la clausola del rispetto dello stato di diritto per i Paesi che intendono ricevere i finanziamenti previsti dal Recovery Fund europeo. “Solo un organo giuridico indipendente può dire cos’è lo stato di diritto, non una maggioranza politica”, ha scritto il primo ministro sloveno, Janez Jansa, in una lettera inviata, martedì 17 novembre, al presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. “Quelli di noi che hanno trascorso parte della vita sotto regimi totalitari sanno che la deviazione dalla realta’ inizia quando ai processi o alle istituzioni vengono dati nomi che significano l’esatto opposto della loro essenza”, ha aggiunto il premier, sottolineando che il suo obiettivo è quello di eliminare la clausola che subordina l’uso dei fondi allo stato di diritto. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Ansamed, nella lettera indirizzata, fra gli altri, anche alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, Jansa sostiene che lo stato di diritto deve essere rispettato in tutta l’Unione, senza “meccanismi discrezionali basati non su un giudizio indipendente ma su criteri politicamente motivati”. 

Poco prima, il premier ungherese, Viktor Orban, aveva twittato: “Con il Recovery Plan l’Ue vuole ricattare chi si oppone all’immigrazione. Non ci sarà un accordo senza criteri oggettivi e possibilità di ricorso”. L’Ungheria, che lunedì 16 novembre, ha posto il veto, insieme alla Polonia, al piano europeo per uscire dalla crisi causata dalla pandemia di coronavirus, ha affermato che, una volta adottato, “non ci saranno più ostacoli per vincolare gli Stati membri ai meccanismi di sostegno all’immigrazione”, ai quali il governo di Budapest si oppone.

L’Ungheria e la Polonia hanno bloccato l’adozione, da parte dei governi dell’Unione Europea, del bilancio 2021-2027 e del Recovery Plan sul coronavirus per via della clausola sulla condizionalità. I rappresentanti dei governi dell’UE, riunitisi a Bruxelles, avrebbero dovuto approvare un compromesso sul pacchetto, da 1,8 trilioni di euro, con il Parlamento Europeo, ma non hanno potuto farlo a causa del veto di Varsavia e Budapest. Il bilancio, dal valore di 1,1 trilioni di euro, e il pacchetto di recupero, da 750 miliardi di euro, richiedono un sostegno unanime per essere approvati. “Due Stati membri dell’UE hanno espresso delle riserve”, ha dichiarato la presidenza europea. Il veto polacco e ungherese dovrà essere nuovamente discusso in una videoconferenza dei leader dell’UE, giovedì 19 novembre. Trovare una soluzione, visto come si stanno ponendo Budapest e Varsavia, e ora anche Lubiana, potrebbe richiedere più tempo, hanno sottolineato alcuni funzionari europei.

Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha affermato che è assolutamente necessario collegare la distribuzione dei fondi europei agli standard dello stato di diritto nei Paesi membri, soprattutto quando le somme da distribuire sono così ingenti. I governi nazionalisti di Budapest e Varsavia, al contrario, si oppongono a questa condizione in quanto soggetti ad un processo formale dell’UE che li indaga per aver minato l’indipendenza dei tribunali, dei media e delle organizzazioni non governative. Se il legame tra fondi e stato di diritto resta, così come introdotto dai leader dell’UE a luglio e rafforzato dal Parlamento Europeo, entrambi i Paesi rischiano di perdere l’accesso a decine di miliardi di euro del Recovery Fund. 

Poiché senza il consenso unanime sul pacchetto da 1,8 trilioni di euro nessun Paese dell’UE potrà ottenere i suoi soldi, Varsavia e Budapest dovranno esercitare una pressione enorme sugli altri Stati affinché venga rimosso il collegamento. Tuttavia, c’è un gruppo di nazioni, guidate dai Paesi Bassi, nonchè la maggioranza del Parlamento Europeo, che desiderano che venga imposto un legame ancora più forte tra soldi dell’UE e rispetto dello stato di diritto. Questi Paesi hanno affermato che non approveranno il bilancio senza una tale garanzia.

Il veto implica che i soldi per la ripresa economica dei Paesi europei dalla recessione causata dalla pandemia di COVID-19 subiranno probabilmente ritardi. All’inizio, era previsto che i fondi sarebbero arrivati da metà 2021. “Negare all’intera Europa i finanziamenti per la peggiore crisi degli ultimi decenni è irresponsabile”, ha scritto su Twitter Manfred Weber, a capo del più grande gruppo del Parlamento europeo.

Alcuni osservatori politici ritengono che le minacce di Budapest e Varsavia siano in realtà un bluff, poiché ponendo il veto all’intero bilancio, i due Paesi taglierebbero i fondi di cui hanno disperatamente bisogno. Il finanziamento è dunque particolarmente importante, dal momento che l’Europa sta facendo fatica a uscire dalla recessione economica causata dalla pandemia di coronavirus. L’accordo, concluso tra i negoziatori del Consiglio europeo che rappresentano i 27 Paesi membri dell’UE e il Parlamento europeo, deve ancora essere ufficialmente approvato dai ministri del blocco e dall’intera legislatura dell’UE. Il budget dovrebbe entrare in vigore il 1 ° gennaio e i funzionari intendono avere l’accordo timbrato in poche settimane.

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Chiara Gentili

di Redazione

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