Thailandia: le proteste sfociano in violenza

Pubblicato il 18 novembre 2020 alle 10:44 in Asia Thailandia

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Il Parlamento thailandese sta votando emendamenti costituzionali il 18 novembre mentre i manifestanti stanno tornando a protestare. Migliaia di poliziotti sono stati schierati per le strade di Bangkok e quattro importanti intersezioni stradali della città sono state chiuse, a seguito della svolta violenta assunta dalle proteste il giorno prima.

Mentre si riuniva la seduta parlamentare per discutere eventuali emendamenti, il 17 novembre, fuori dal palazzo governativo, almeno 6 persone sono state colpite da proiettili e 50 in totale sono state ferite, per lo più da gas lacrimogeni, durante le violenze scoppiate tra polizia, manifestanti pro-democrazia e sostenitori della monarchia. Le modifiche alla Costituzione discusse dal Parlamento sono una delle tre principali richieste dei manifestanti pro-democrazia thailandesi, insieme alle dimissioni del primo ministro, Prayut Chan-o-cha, e a riforme monarchiche che limitino i poteri del re, Maha Vajiralongkorn, tutte ritenute egualmente importanti dai manifestanti.

Il 17 novembre è stata la giornata più violenta dall’inizio delle proteste pro-democrazia in Thailandia, nate come un movimento pacifico organizzato on-line a inizio 2020 da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa nelle piazze dallo scorso 18 luglio. Nel corso dell’ultima giornata di proteste, la polizia ha usato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua caricati con liquido urticante contro i manifestanti mentre questi ultimi cercavano di oltrepassare le barricate innalzate di fronte al Parlamento. La polizia ha però negato di aver utilizzato proiettili di gomma e pallottole vere per fermare le proteste.

Parallelamente al movimento pro-democratico in Thailandia è nato anche un movimento a sostegno della monarchia e dell’establishment thailandese che ha criticato il movimento pro-democrazia e le sue richieste. Il 17 novembre, si sono verificati scontri anche tra quest’ultimo gruppo, contrario agli emendamenti costituzionali, e il fronte pro-democrazia proprio nei pressi del Parlamento.

Secondo quanto riferito da operatori medici, alcuni manifestanti tra la folla sono stati colpiti da proiettili a circa 300 metri di stanza dal principale luogo delle proteste nei pressi del Parlamento ma non sarebbe ancora chiaro chi avrebbe aperto il fuoco. Il vice commissario della polizia di Bangkok, Piya Tavichai, ha affermato che le forze dell’ordine stanno investigando sull’accaduto e tra le persone ferite vi sarebbero almeno un attivista pro-democrazia e un esponente del fronte pro-monarchia.  L’Associazione degli avvocati per i diritti umani della Thailandia ha, però, accusato le forze dell’ordine thailandesi di aver eluso le procedure internazionali per disperdere i manifestanti.

Di fronte a tale scenario, anche il primo ministro Prayut ha rivolto un appello ai manifestanti affinché evitino le violenze, ma ha escluso la possibilità di indire un nuovo stato d’emergenza come quello già imposto lo scorso 15 ottobre e dal quale era scaturita l’ultima ondata di manifestazioni di massa.

Il Parlamento thailandese ha avviato, il 17 novembre, una seduta congiunta del Senato e della Camera, della durata di due giorni che prevede un voto parlamentare su un eventuale piano da seguire per emendare la Costituzione del Paese. Tra le opzioni in esame vi è quella di rivedere più aspetti della carta in vigore, adottata dal governo di Prayut nel 2017 e in base alla quale erano stati ampliati i poteri della corona e era stato conferito all’Esercito il compito di nominare i membri del Senato che, a loro volta, nominano il premier. L’attuale primo ministro thailandese aveva assunto il potere nel 2014, dopo aver realizzato un colpo di Stato. Nel 2017, aveva adottato una nuova Costituzione e nel 2019  è risultato vincitore alle ultime elezioni, nonostante in molti ritengano che le votazioni siano state manipolate in suo favore. I manifestanti chiedono quindi sia di rivedere la carta adottata da Prayut, sia la sua uscita di scena.

Per quanto riguarda il re, invece, la popolazione chiede la limitazione dei suoi poteri sulla Costituzione, sull’Esercito e sulle proprietà della corona. Dalla sua ascesa al trono nel 2016, il sovrano thailandese si sarebbe impossessato personalmente di beni della corona per un valore di 54 miliardi di dollari e avrebbe assunto il comando di due reggimenti di fanteria dell’Esercito. Oltre a questo, secondo più osservatori, la sua figura è poi criticata perché l’attuale monarca conduce una vita più mondana rispetto ai suoi predecessori e passa gran parte del suo tempo in Baviera, in Germania, e non nel proprio Paese.

Le richieste finora avanzate dal fronte pro-democrazia stanno dimostrando che è in corso un generale cambiamento sociale interno al Paese, come rivelato, ad esempio, dagli inediti attacchi alla monarchia. In Thailandia, rivolgere critiche alla corona è un reato, secondo la legge di lesa maestà, che prevede pene fino a 15 anni di reclusione. La stessa Costituzione thailandese sancisce poi che alla monarchia spetti una posizione di venerazione.

La Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932 quando tale forma di governo ha sostituito la monarchia assoluta, in seguito all’azione di un gruppo di militari e civili che si definiva Movimento del Popolo. Da allora, però, il Paese ha adottato almeno 18 Costituzioni e ha assistito a 13 colpi di Stato. Nel tempo, si sono verificate più ondate di protesta a sostegno della democrazia che nel 1973 e nel 1992 videro una violenta repressione da parte delle autorità e che portarono alla morte più manifestanti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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