Brasile, elezioni locali: Bolsonaro e Lula i grandi sconfitti

Pubblicato il 18 novembre 2020 alle 13:23 in America Latina Brasile

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

I brasiliani hanno punito nel voto amministrativo di domenica scorsa, 15 novembre, le due figure che più polarizzano il Brasile, il presidente Jair Bolsonaro e il suo predecessore Lula da Silva. La destra radicale al governo è la grande sconfitta al primo turno delle elezioni comunali perché l’elettorato ha optato per un ritorno ai partiti tradizionali di centrodestra, dimenticando il discorso contro la vecchia politica di scambio di favori che ha spinto Bolsonaro alla presidenza. Quasi tutti i candidati che il governo ha sponsorizzato hanno perso. E anche il Partito dei Lavoratori di Lula e Dilma scende ai minimi storici.

Un piccolo partito nato da una scissione nel PT è il protagonista della sorpresa delle elezioni in cui un’altra novità è l’aumento delle consigliere donne, comprese persone di colore e transessuali. I sondaggi sono stati confermati e il PSOL (il Partito Socialismo e Libertà), a cui apparteneva Marielle Franco, consigliera comunale di Rio assassinata il 14 marzo 2018, è riuscito nell’impresa di passare al secondo turno a San Paolo, la città più ricca del Brasile. Secondo i sondaggisti le opzioni di Guilherme Boulos, un attivista per i lavoratori senzatetto, sono scarse di fronte al sindaco uscende Bruno Covas, ma già così ha ottenuto una vetrina inestimabile per il suo partito. I brasiliani hanno eletto sindaci e consiglieri di oltre 5.500 città.

Sebbene la mappa finale di queste elezioni ritardate dalla pandemia, che ha portato l’astensione al 23%, sarà completa solo dopo il secondo turno del 29 novembre, diverse tendenze sono chiare. “Questo risultato è un fiasco per Bolsonaro”, afferma Carolina Botelho, dell’Istituto di studi sociali e politici dell’Università dello Stato di Rio de Janeiro. L’analista sottolinea che il presidente non è riuscito a tradurre l’enorme potere che la presidenza gli conferisce ai sindaci delle capitali o al fronte dei partiti alleati. “È così caotico che ha lasciato il PSL (il partito social-liberale a cui ha aderito per le elezioni), ma non è riuscito a costruire un partito tutto suo, quindi ha rinunciato anche al finanziamenti elettorale. Ha strappato un assegno in bianco”, spiega. Inoltre, gli elettori hanno approvato i sindaci che hanno spinto per le restrizioni durante la pandemia di coronavirus e hanno voltato le spalle al discorso negazionista del presidente.

Il pastore evangelico Marcelo Crivella a Rio de Janeiro è la grande scommessa di Bolsonaro per il secondo turno. Il capo dello stato appoggia anche il capitano Wagner Gomes a Fortaleza, che anni fa ha guidato uno sciopero della polizia. Altri bolsonaristi al ballottaggio non sono andati, ma il bolsonarismo lascia un segno forse meno visibile ma evidente in queste elezioni: il proliferare di poliziotti e militari candidati ed eletti da tanti partiti, compresi alcuni di sinistra.

I grandi beneficiari della giornata si chiamano Partito della Socialdemocrazia, Movimento democratico Brasiliano, Partito social-democratico del Brasile, Democratici, Partito Popolare e Partito Liberale. SPSD, MDB, PSDB, DEM, PP e PL sono le sigle dei partiti storici del Brasile, partiti senza un’ideologia precisa, spesso ancorati a interessi locali o addirittura personali e che solitamente sono pronti a sostenere il presidente in cambio di incarichi che gestiscano voci bilancio. Chiamati in Brasile “partiti fisiologici”, hanno tutti guadagnato voti. Si segnala la vittoria dei tre sindaci uscenti di Belo Horizonte, Salvador de Bahía (in territorio fedele al Partito dei Lavoratori di Lula) e Curitiba. Si tratta della resurrezione di alcune formazioni che, sottolinea Botelho, “non sono mai morte”. Sanno fare politica, sanno negoziare, sanno fare i conti con chiunque, cosa che Bolsonaro non ha mai saputo fare.

I principali partiti tradizionali governano il territorio dove vive quasi la metà dei brasiliani, secondo i risultati del primo turno. Sebbene detenere la presidenza non implica necessariamente un potere territoriale equivalente, i dati danno la misura dell’emorragia che il PT di Lula ha sofferto da quando è stato espulso dal governo con un impeachment di Dilma Rousseff prima e poi per il clamore popolare suscitato dalle inchieste sulla corruzione. Ad oggi solo l’1,8% dei brasiliani vive in comuni con sindaci del PT. Ha perso un terzo dei sindaci in queste elezioni.

Il politologo sostiene che Lula e il suo popolo “sono smarriti, non sanno leggere il Brasile di oggi, pensano che sia quello dei tempi di Fernando Collor de Mello”, all’inizio degli anni Novanta. Due anni prima delle elezioni presidenziali, il PT mantiene Lula come leader anche se non può partecipare perché condannato per corruzione e la formazione continua ad essere assente dal dibattito pubblico, sebbene abbia il gruppo parlamentare più numeroso alla Camera.

Se si considera il potere territoriale, il PT ha perso anche il primato interno alla sinistra a causa della silenziosa ascesa del PDT (il Partito Democratico Trabalhista di centrosinistra). La formazione dell’ex candidato alla presidenza Ciro Gomes, radicata nel nordest impoverito, governa città dove vive il 3,3% della popolazione.

Leggi Sicurezza Internazionale il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Italo Cosentino, interprete di spagnolo e portoghese

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.