Thailandia: il Parlamento discute emendamenti costituzionali, continuano le proteste

Pubblicato il 17 novembre 2020 alle 13:02 in Asia Thailandia

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Il Parlamento della Thailandia ha avviato, il 17 novembre, una seduta congiunta del Senato e della Camera, della durata di due giorni che prevede un voto parlamentare su un eventuale piano da seguire per emendare la Costituzione del Paese. Nella stessa giornata, i manifestanti si sono radunati di fronte al palazzo del Parlamento e la polizia anti-sommossa ha usato cannoni ad acqua per disperdere la folla.

Le forze dell’ordine thailandesi hanno innalzato barricate intorno al palazzo del Parlamento cordonando l’area con filo spinato e dichiarando che fossero vietate manifestazioni entro 50 metri dall’area delineata. I manifestanti sono quindi arrivati indossando elmetti e maschere, hanno cercato di rimuovere le recinzioni e hanno lanciato fumogeni colorati contro la polizia. Quest’ultima ha deciso, invece, di utilizzare i propri cannoni ad acqua per disperdere la folla radunatasi.

Prima dei manifestanti pro-democrazia, sempre il 17 novembre, un gruppo composto da circa 200 persone e a sostegno della monarchia si è radunato davanti al Parlamento per esprimere, invece, la propria avversità ad eventuali emendamenti costituzionali e ad una possibile limitazione dei poteri monarchici.

Al momento, il Parlamento della Thailandia sta valutando più emendamenti che saranno votati alla fine della sessione. Se le modifiche dovessero ricevere l’approvazione di entrambe le camere parlamentati, ad almeno un mese di distanza dal voto, dovranno essere sottoposte ad una seconda e terza lettura. Dalla seduta odierna, tuttavia, non è attesa una proposta sostanziale di modifiche alla Costituzione, quanto la definizione di un percorso da seguire per arrivare agli emendamenti.

La stesura di una Costituzione maggiormente democratica è una delle tre richieste delle proteste thailandesi, insieme alle dimissioni del primo ministro, Prayut Chan-o-cha, e a riforme monarchiche.  L’attuale carta costituzionale del Paese è stata uno tra i principali motivi di scontento popolare nei confronti del governo di Payut, al potere dal 2014, dopo aver realizzato un colpo di Stato. Nel 2017, il premier thailandese aveva adottato una nuova Costituzione ampliando i poteri della corona e conferendo all’Esercito il compito di nominare i membri del Senato che, a loro volta, nominano il premier. Prayut è poi rimasto alla guida del Paese anche dopo le ultime elezioni nazionali, organizzate nel 2019, alle quali è risultato vincitore, nonostante in molti ritengano che le votazioni siano state manipolate in suo favore.

Se il Parlamento dovesse decidere di avviare un percorso di riforma costituzionale dovrà avviare l’istituzione di una commissione per la stesura, processo che potrebbe richiedere dai tre ai sei mesi di tempo. In ogni caso, fa notare una professoressa della Mahidol University, Punchada Sirivunnabood, se nella commissione non venissero inclusi i rappresentanti dei manifestanti thailandesi l’intero percorso potrebbe rivelarsi inutile. Secondo la docente, se gli emendamenti dovessero essere stabiliti da coloro che sono già al potere potrebbero esserci cambiamenti ma che continuerebbero a facilitare l’establishment anziché andare incontro alle richieste della popolazione.

Rispetto a possibili emendamenti costituzionali, lo scorso 28 ottobre, Prayut aveva affermato che non avrebbe avuto nulla in contrario a revocare il potere del Senato, camera non elettiva, di nominare il primo ministro della Thailandia. Tuttavia, aveva escluso l’opzione riguardante le sue dimissioni.

Le proteste in corso in Thailandia sono nate come un movimento pacifico organizzato on-line a inizio 2020 da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa nelle piazze dallo scorso 18 luglio. Le richieste finora avanzate stanno dimostrando che è in corso un generale cambiamento sociale interno al Paese, come rivelato, ad esempio, dagli inediti attacchi alla monarchia. In Thailandia, rivolgere critiche alla corona è un reato, secondo la legge di lesa maestà, che prevede pene fino a 15 anni di reclusione. La stessa Costituzione thailandese sancisce poi che alla monarchia spetti una posizione di venerazione. 

La Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932 quando tale forma di governo ha sostituito la monarchia assoluta, in seguito all’azione di un gruppo di militari e civili che si definiva Movimento del Popolo. Da allora, però, il Paese ha adottato almeno 18 Costituzioni e ha assistito a 13 colpi di Stato. Nel tempo, si sono verificate più ondate di protesta a sostegno della democrazia che nel 1973 e nel 1992 videro una violenta repressione da parte delle autorità e che portarono alla morte più manifestanti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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