Siria: 125 famiglie abbandonano il campo di al-Hol

Pubblicato il 17 novembre 2020 alle 12:38 in Medio Oriente Siria

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Circa 515 persone, pari a quasi 125 famiglie, sono state costrette ad abbandonare il campo profughi di al-Hol, situato nel Nord-Est della Siria, al confine con l’Iraq.

La mossa deriva dalla decisione delle autorità curdo-siriane, le quali, già il 5 ottobre scorso, avevano riferito di voler rimpatriare circa 20.000 civili siriani detenuti nel suddetto campo, posto sotto il controllo di gruppi affiliati alla coalizione internazionale anti-ISIS. Si tratta di prigionieri che si presume siano imparentati con combattenti dello Stato Islamico o che provengono da aree dominate da tale organizzazione terroristica. Dal canto loro, i detenuti hanno più volte smentito affermazioni simili, dichiarando di essere fuggiti dall’ISIS e dai bombardamenti condotti dalle forze del presidente siriano, Bashar al-Assad, oltre che dalla coalizione internazionale a guida statunitense.

Stando a quanto riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed il 16 novembre, sulla base di fonti locali vicine alle Syrian Democratic Forces (SDF), sono circa 125 le famiglie che hanno già lasciato al-Hol, provenienti perlopiù da Deir Ezzor. L’obiettivo delle autorità curde è liberare circa 25.000 famiglie, con il fine ultimo di porre fine alle problematiche legate al sovraffollamento dell’accampamento. Quest’ultimo ospita più di 70.000 persone, tra cui oltre 11.000 familiari di sospetti combattenti dell’ISIS di diverse nazionalità, tra cui decine di migliaia di donne e bambini provenienti dalla Siria e dall’Iraq. Tali cifre rappresentano un enorme fardello per le forze curde, le quali si trovano spesso a far fronte anche ad episodi di criminalità, oltre ai numerosi tentativi di fuga.

A detta di al-Araby al-Jadeed, la decisione annunciata ad ottobre prevede l’allontanamento di quelle famiglie “desiderose di partire” e di coloro che hanno ancora un’abitazione nella regione Nord-orientale della Siria, diversamente da altri le cui case sono state distrutte. Nel frattempo, le forze di sicurezza delle SDF hanno condotto una campagna di arresti, all’interno della quinta sezione del campo, contro alcune donne accusate di aver tentato di fuggire con i propri figli in collaborazione con un gruppo di trafficanti legato alle guardie della sicurezza, in cambio di denaro.

Secondo le ultime stime dell’Onu, al-Hol ospita circa 28.000 siriani, 30.000 iracheni e 10.000 detenuti e profughi di altre nazionalità. Per la maggior parte, si tratta di donne e bambini, mogli e figli di ex jihadisti, morti in battaglia o fatti prigionieri dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) aveva dichiarato, ad agosto, che 8 bambini erano deceduti e che gran parte degli altri 40.000 bambini, provenienti da 60 Paesi diversi, riversavano in condizioni precarie, ulteriormente esacerbate dalla pandemia di coronavirus.

Già da metà del 2014, anno in cui l’ISIS era riuscito a prendere il controllo di vaste aree in Iraq e Siria, migliaia di combattenti portarono le proprie mogli e figli nei campi dell’Est della Siria, mentre lo Stato Islamico annunciava, unilateralmente, l’istituzione del proprio califfato. Dal canto loro, nel corso degli anni, le autorità curde hanno più volte esortato la comunità internazionale ed i Paesi originari dei familiari dei combattenti ISIS a rimpatriare i propri cittadini. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, tali richieste non sono state accolte, come evidenziato dal sottosegretario generale delle Nazioni Unite per la lotta al terrorismo, Vladimir Voronkov.

Nel frattempo, le SDF continuano a far fronte ad attacchi perpetrati da gruppi di identità sconosciuta o affiliati alla Turchia. Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea.

Si tratta di un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni, i quali controllano buona parte delle ricchezze petrolifere siriane, concentrate soprattutto dentro e fuori il giacimento di Rmelain, situato nei pressi dei confini turco e iracheno, e nel giacimento di Al-Omar, posto più a Sud. Il braccio armato principale, nonché forza preponderante delle SDF, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG).

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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