La Malesia non consegna gli uiguri alla Cina

Pubblicato il 16 novembre 2020 alle 11:53 in Cina Malesia

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La Malesia, Paese a maggioranza musulmana, ha rivelato che non estraderà gli uiguri scappati dalla Cina anche nel caso in cui la richiesta dovesse arrivare direttamente dall’esecutivo di Pechino. Per la prima volta, il governo di Kuala Lumpur ha dichiarato la propria posizione sulla questione dell’etnia musulmana e turcofona degli uiguri, dimostrando una posizione che va in contrasto con quanto finora dimostrato da altri Paesi asiatici a maggioranza musulmana, come l’Indonesia.

La notizia è stata resa nota dal South China Morning Post il 15 novembre scorso e si rifà ad una risposta del Ministro per il Dipartimento del Primo Ministro, Redzuan Md Yusof, emessa nel mese di settembre 2020. Secondo quanto rivelato da alcune fonti alla testata, molti tra gli uiguri che hanno abbandonato la Cina per recarsi in Sud-Est Asia hanno poi raggiunto, come meta finale, la Turchia e, dal 2010 al 2016, si sarebbe trattato di almeno 10.000 persone. Oltre a questo, vi sarebbe poi una parte di uiguri che vivono nel Sud-Est asiatico senza documenti o sotto lo status di rifugiati e la maggior parte di loro si troverebbe in Malesia, Thailandia e Indonesia.

Per quanto riguarda il territorio malese, secondo alcune fonti di sicurezza interne all’esecutivo, nel 2020, le autorità del Paese non avrebbero riscontrato l’arrivo di alcun membro dell’etnia uigura e, per quanto riguarda coloro che già vivono in Malesia, si tratterebbe in tutti i casi di studenti iscritti a corsi di laurea di secondo livello. In base a quanto afferma un professore del National War College di Washington, Zachary Abuza, la Malesia sarebbe stata a lungo un importante snodo per gli uiguri che cercano di scappare in Turchia.

Prima della posizione formale annunciata dal ministro malese, già nel febbraio 2018, durante l’allora esecutivo dell’ex-primo ministro, Mahathir Mohamad, erano stati rilasciati dal carcere 11 uiguri e la Malesia aveva rifiutato la richiesta di estradizione della Cina che si era opposta sia al loro rilascio, sia al conseguente viaggio verso la Turchia. Al contrario, dal 2009 al 2018, sotto il governo di, Najib Razak, sarebbero stati almeno 29 gli uiguri estradati dalla Malesia alla Cina, 6 dei quali avevano richieste di asilo in quanto rifugiati in stato di valutazione.

Secondo un docente di studi sullo sviluppo internazionale della George Washington University, Sean R. Roberts, con tale mossa la Malesia avrebbe adottato una posizione significativa che molti altri Paesi della regione, come Indonesia e Thailandia, sono stati riluttanti ad assumere, ma potrebbe irritare la Cina, primo partner commerciale della Malesia nonché una delle principali fonti di investimenti diretti esteri nel Paese. Per Roberts, vista la decisione malese, molti uiguri dislocati nella regione del Sud-Est Asia potrebbero decidere di rifugiarsi in Malesia mentre non vi sarebbe alcuna prova rispetto al fatto che, ad oggi, gli uiguri siano in grado di scappare dalla Cina.

Un altro ricercatore esperto in Islam e modernità del think tank statunitense Cato Institute, Mustafa Akyol, ha poi sottolineato che la posizione malese abbia segnalato il possibile inizio di azioni dei Paesi a maggioranza musulmana per proteggere gli uiguri dalla Cina. Secondo, Akyol, nonostante alla Cina siano state risolte accuse di persecuzione ai danni di tale etnia, molti Paesi musulmani avrebbero “distolto lo sguardo perché l’amicizia con la Cina paga”.

L’Indonesia, il più grande Paese a maggioranza musulmana al mondo, ad esempio, secondo quanto rivelato da alcune fonti di sicurezza al South China Morning Post, avrebbe estradato in Cina 3 uiguri pochi giorni prima di ricevere in visita il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, lo scorso 29 ottobre. Al momento Jakarta sostiene non vi siano uiguri nel proprio Paese. Anche in questo caso, la Cina rappresenta per il Paese un importante partner commerciale e fonte d’investimenti,.

 La questione della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri che vivono nel Xinjiang ha attirato l’attenzione internazionale in quanto molti Paesi occidentali, primi fra tutti gli USA, accusano la Cina di aver perpetrato danni ai diritti umani di tale gruppo minoritario. Secondo Washington, e non solo, la Cina starebbe perpetrando politiche di repressione nei loro confronti e, in base a stime di Human Rights Watch (HRW), Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi conclusi in sentenze di morte. Alcuni gruppi di attivisti hanno affermato che Pechino stia cercando di indottrinare gli uiguri con l’ideologia comunista facendoli rinunciare alle tradizioni islamiche, per cancellarne la cultura e l’identità. Oltre alle accuse, Washington ha anche adottato svariate sanzioni per colpire i soggetti e le entità ritenuti responsabili degli abusi dei diritti umani nel Xinjiang.

Al contrario, però, il governo di Pechino ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nel Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang. In particolare, per Pechino tra gli uiguri vi sarebbero dei militanti coinvolti nell’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese del Xinjiang. Il loro obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, termine utilizzato oggi dai separatisti per riferirsi al Xinjiang. Le autorità di Pechino hanno accusato l’ETIM di aver condotto una serie di attacchi terroristici mortali sia in Cina, sia in altri Paesi e di avere legami sia con Al-Qaeda, sia con i Talebani.

Lo scorso 5 novembre, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, aveva comunicato che il dipartimento di Stato degli USA aveva rimosso l’ETIM dalla lista delle organizzazioni terroristiche, la US Terrorism Exclusion List, suscitando dure critiche dalla Cina. Pechino aveva ricordato che l’ETIM era stato riconosciuto come organizzazione terroristica sia dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sia dalla comunità internazionale e aveva accusato Washington di adottare un doppio standard rispetto alla questione della lotta al terrorismo.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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