La guerra in Yemen e le armi dell’Italia

Pubblicato il 16 novembre 2020 alle 13:56 in Il commento Italia Yemen

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La fine della guerra in Yemen sarebbe la notizia più bella del mondo. Gli europei parlano poco di questo conflitto, per due ragioni principali. La prima è che le ripercussioni della guerra non arrivano fino a noi. La guerra in Yemen sarebbe oggetto di continui dibattiti se i profughi yemeniti si recassero in Europa come facevano i siriani o se l’Isis avesse creato uno Stato in quel Paese martoriato. La seconda ragione è che si tratta di un conflitto complesso e gli uomini non amano la complessità perché la mancanza di comprensione genera frustrazione. Ciò che è troppo complesso viene semplificato; se non può essere semplificato, viene abbandonato. È sempre un’esperienza dolorosa ammettere di non aver capito. Per cui cerchiamo di capire qualcosa. In primo luogo, nel giugno 2019, il primo governo Conte ha sospeso la vendita di armi all’Arabia Saudita, ma questa mossa non ha prodotto risultati: la guerra in Yemen è proseguita per la semplice ragione che l’Arabia Saudita ha continuato a comprare da altri Paesi, che hanno visto crescere l’occupazione nel settore della difesa, diminuita in Italia. Occorre ricordare che la difesa è il bene da cui dipende la vita dello Stato. Il governo italiano ha il dovere morale di produrre armi giacché la moralità di uno Stato è nella sua capacità di sopravvivere in un ambiente ostile, come ho spiegato nel mio libro “Viva gli immigrati” (Rizzoli). Senza una difesa possente, il corpo dello Stato è nudo e può essere malmenato a piacimento. Ecco un primo punto da annotare: in materia di difesa, nessuna classe governante dovrebbe fare demagogia. Tanto più che la vita di una classe governante dipende dalla vita dello Stato. 

Veniamo adesso al conflitto in Yemen, scoppiato il 14 settembre 2014, dallo scontro tra due fazioni: quella degli Houthi, appoggiata dall’Iran, e quella del presidente Rabdo Mansour Hadi, appoggiata dall’Arabia Saudita e i suoi alleati. All’inizio, gli scontri riguardavano soltanto il “fronte-Iran” e il “fronte-Arabia”, come li chiameremo per semplificare. Ma poi il fronte-Arabia si è spaccato ed è nato pure il “fronte-Emirati”, che vorrebbe creare uno Stato nello Yemen del sud, con l’appoggio degli Emirati Arabi Uniti. Ricapitolando, i fronti sono tre: il fronte-Iran ha la sua capitale in quella meraviglia della storia universale che è Sanaa; il fronte-Arabia ha la sua capitale ad Aden; mentre il fronte-Emirati è disperso in più località. La domanda è: in che modo l’Arabia Saudita sta reagendo a questo caos? I sauditi non godono di buona stampa in Italia, ma la verità sostanziale dei fatti impone di chiarire che si stanno impegnando molto per arrivare alla pace. Un anno fa, il 22 novembre 2019, la fine del conflitto sembrava vicina. Martin Griffiths, inviato speciale dell’Onu in Yemen, affermava, davanti al consiglio di Sicurezza, che i bombardamenti aerei erano crollati dell’80% nelle due settimane precedenti. Griffiths si diceva quasi sicuro che il conflitto sarebbe terminato entro i primi mesi del 2020. Purtroppo, Trump non è stato un promotore della pace. Tuttavia, le cose potrebbero cambiare con Biden, che ha espresso la sua opposizione alla guerra in Yemen. Forse è anche per questo motivo che l’Arabia Saudita ha impresso un’accelerazione ai dialoghi di pace dopo la sconfitta di Trump. L’ultima notizia, che diffonde speranza, è l’incontro a Riad tra Elliot Abrams, inviato speciale dell’Onu in Iran, e Khaled bin Salman, vice ministro alla difesa dell’Arabia Saudita. Siccome la fine della guerra richiede un accordo tra Arabia Saudita e Iran, la notizia sembra confermare che i sauditi stanno cercando una mediazione con gli iraniani. Il problema è che, essendosi sviluppato un conflitto nel conflitto, gli accordi di pace sono due, e questo complica il lavoro dell’Arabia Saudita. Da una parte, ci sono gli accordi di Stoccolma, per porre fine al conflitto tra il fronte-Iran e il fronte-Arabia; dall’altra, ci sono gli accordi di Riad, per chiudere il conflitto tra il fronte-Arabia e il fronte-Emirati. Dal momento che l’Arabia Saudita compra le armi da chiunque voglia, in primis gli Stati Uniti, una forte azione diplomatica del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, procurerebbe più benefici agli yemeniti della rinuncia a produrre armi: una decisione priva di effetti, che debilita il corpo dello Stato italiano e non aiuta lo Yemen.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

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di Redazione

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