Dobbiamo avere paura di Trump?

Pubblicato il 12 novembre 2020 alle 15:49 in Il commento USA e Canada

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Trump non riconosce la vittoria di Biden e questo accresce le preoccupazioni intorno alle sue mosse. La rimozione di Mark Esper, il segretario alla Difesa che si era opposto all’invio dell’esercito per fronteggiare il movimento “black lives matter”, induce a ritenere che Trump stia creando una cittadella fortificata in cui trincerarsi, tanto più che il successore di Esper, Christopher Miller, un ex berretto verde che ha partecipato alla liberazione di Kandahar in Afghanistan e alla guerra in Iraq, non sembra avere il curriculum per ricoprire un ruolo così alto. È un’antica tecnica politica: la nomina di una persona non adeguata al ruolo accresce la fedeltà del beneficiato al suo benefattore. L’immagine della cittadella fortificata è rafforzata dalle indiscrezioni pubblicate dal “New York Times”, secondo cui Trump starebbe per sostituire anche il direttore della Cia, Gina Haspel, e quello dell’Fbi, Christopher Wray. È un fatto straordinario che un presidente uscente rimuova i vertici della sicurezza dopo avere subito una vistosa sconfitta. Prima del voto, Trump aveva dichiarato di non assicurare una transizione pacifica in caso di sconfitta. Detto fatto.  

Siccome le paure crescono con il passare dei giorni, occorre dare loro un volto per soppesare il loro fondamento. Per riuscire in questa impresa, dobbiamo affrontare le paure in ordine crescente di grandezza. La paura minore è che Trump si sia vendicato di Esper, che, il 3 giugno 2020, aveva dissentito pubblicamente dal suo presidente, dichiarando di essere contrario all’invio dell’esercito per reprimere le rivolte scoppiate dopo l’uccisione di George Floyd. Il fatto di essere in campagna elettorale potrebbe avere indotto Trump a rimandare la resa dei conti. Ben più grande è la paura che Trump  abbia licenziato il segretario alla Difesa perché intende condurre una rischiosa operazione militare, coperta o scoperta, alla quale Esper avrebbe potuto opporsi. A questa paura, diffusa in molti ambienti, ha dato voce la deputata democratica Elissa Slotkin, ai vertici del Pentagono sotto Obama. Tolta la Corea del Nord, che al momento è inattaccabile, e considerato il precedente del generale Soleimani, ucciso da Trump all’inizio del 2020, l’Iran è il primo Paese tra quelli in pericolo. Trump potrebbe attaccare l’Iran per consentire a Israele di proseguire la guerra con Teheran sotto Biden, ma sembra fantapolitica e allora resta un’ultima paura, la più grande di tutte, e cioè che Trump contempli l’innesco di una rivolta popolare tra le conseguenze possibili della sua strategia oltranzista. Una simile eventualità richiederebbe un uomo diverso da Esper alla Difesa, magari un ex soldato delle truppe d’assalto, che reputi ammissibile la repressione delle proteste popolari con l’esercito, qualora i moti vengano rubricati sotto la voce “insurrezione”, come Trump aveva tentato di fare mesi fa. È difficile stabilire se queste siano suggestioni o possibilità concrete, dato il clima di paura che si sta diffondendo negli Stati Uniti intorno a Trump. Il “Washington Post” scrive addirittura che Trump potrebbe rivelare segreti di Stato distruttivi per gli interessi americani, pur di danneggiare i suoi avversari. Se ci distacchiamo emotivamente, Trump non appare così pericoloso: è stato uno dei presidenti americani che ha causato meno vittime nel mondo. A Trump può essere attribuito di non avere mosso un dito per porre fine alla guerra saudita in Yemen, ma questo è niente rispetto all’inferno che Obama ha alimentato in Siria per rovesciare Bassar al Assad o alle ecatombi causate dalle guerre di George W. Bush durante quell’indimenticabile 2001-2009. Considerate le caratteristiche della società americana, il problema non è tanto ciò che Trump potrebbe fare, quanto le reazioni a catena che potrebbe innescare. Le temute milizie pro-Trump, armate e fanatizzate, sono sempre attive, come il movimento “black lives matter”, i cui leader, come Hawk Newsome, affermano che non esiste nessuna differenza tra Biden e Trump: non è diffidenza verso un leader di partito; è disaffezione verso il sistema politico. In conclusione, che cosa sta accadendo negli Stati Uniti? La risposta è che siamo confusi, proprio come la stampa americana, che dà voce a una paura nuova ad ogni ora. Questo accade perché siamo in presenza di uno di quei rari casi storici in cui la personalità di un leader politico conta più del sistema a cui appartiene. Normalmente, la politica, interna e internazionale, è fatta più di forze oggettive che di volontà individuali. Tutti sanno ciò che domani l’Iran farà nei confronti di Israele o ciò che l’Arabia Saudita farà nei confronti dell’Iran perché la struttura delle relazioni internazionali spinge gli Stati ad agire sempre nello stesso modo. Infatti, è dal 1979 che l’Iran agisce nello stesso modo verso gli Stati Uniti e viceversa. Gli attori politici seguono un copione già scritto e quasi tutte le loro azioni sono prevedibili. Raramente, non accade. Questo è uno di quei momenti. Non sappiamo ciò che Trump farà domani. Sappiamo che è all’opera.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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