Le sanzioni USA contro la Cina per Hong Kong non sono efficaci, ecco perché

Pubblicato il 10 novembre 2020 alle 12:23 in Cina Hong Kong USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro 4 funzionari cinesi per l’implementazione della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, il 9 novembre. Il giorno successivo, il portavoce del Ministero Affari Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha denunciato tali azioni come atti di interferenza negli affari interni della Cina che vanno contro alla legge internazionale e le norme delle relazioni internazionali. Wang ha altresì espresso il supporto di Pechino per i 4 individui interessati ma, secondo alcuni osservatori, le ultime sanzioni USA, così come le precedenti, potrebbero non avere effetti significativi per l’isola.

L’amministrazione del presidente uscente statunitense Donald Trump ha adottato sanzioni contro soggetti, aziende ed entità colpevoli sia di “aver danneggiato l’autonomia di Hong Kong e di aver limitato le libertà di espressione e organizzazione dei suoi cittadini” sia di aver avuto legami con entità o individui che hanno commesso tali azioni.

Tra le ragioni dell’inefficienza delle sanzioni statunitensi citate da The Diplomat, vi sarebbe, innanzitutto, il fatto che sarebbero solamente pochi gli individui a Hong Kong, come ad esempio la sua governatrice Carrie Lam, o nella Cina continentale ad essere interessati dalle sanzioni e, in ogni caso, le conseguenze pratiche si limiterebbero all’impossibilità di utilizzare certi tipi di carte di credito o limiti simili. Per quanto riguarda le aziende, invece, quelle che potrebbero esse colpite dalle sanzioni statunitensi sono per lo più entità trans-nazionali con team di esperti in grado di indirizzare le loro azioni in modo da evitare di incorrere nelle sanzioni. In ogni caso si tratterebbe poi di aziende solite diversificare le proprie risorse di mercato così da non dover necessariamente essere dipendenti da una sola fonte.

In secondo luogo, più esperti hanno notato come gli USA, nonostante siano al momento il più potente Paese al mondo, abbiano un potere limitato per quanto riguarda Hong Kong. Ad esempio, in molti hanno citato la possibilità che Washington possa bloccare l’accesso di Hong Kong al dollaro statunitense come una possibile mossa di “magnitudine nucleare”. Tuttavia, secondo un’analisi condotta da Bloomberg e citata da The Diplomat, l’Autorità monetaria di Hong Kong avrebbe riserve di valuta estera per 445,9 miliardi di dollari che le consentirebbero di difendersi da un cambio di politica del dollaro da parte di Washington. Oltre a questo una simile azione potrebbe destabilizzare le politiche sul dollaro rispetto ad altri Paesi e indurre azioni di sell-off sui mercati azionari statunitensi.

Washington, poi, già dal 14 luglio scorso, con l’Hong Kong Autonomy Act, aveva deciso di rivedere in toto lo status speciale accordato fino a quel momento all’isola e di trattarla come la Cina continentale, rivedendo anche il regime di tassazione tra le parti, sospendendo lo U.S.-Hong Kong Tax Treaty. Anche in questo caso, secondo una ricercatrice dell’Atlantic Council, Barbara C. Matthews, non essendo il volume degli scambi USA-Hong Kong enorme, reintrodurre tasse sui guadagni potrebbe non generare gli incentivi sperati a livello pratico dal governo statunitense, nonostante si tratti di una mossa in grado di ottenere attenzioni politiche.

Secondo una ricercatrice dell’American Enterprise Institute, Danielle Pletka, nonostante esistano più sanzioni economiche e giuridiche localizzate, il governo Centrale di Pechino avrebbe fatto i suoi calcoli prima di approvare la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong e avrebbe stimato che, in un quadro più ampio, le reazioni degli USA, dell’Occidente e della comunità internazionale non avrebbero potuto danneggiare gravemente la Cina e si sarebbero limitati a dichiarazioni contrarie e punizioni economiche “irritanti”. Anche secondo un ex-console statunitense a Hong Kong, Kurt W. Tong, le mosse dell’amministrazione Trump non avrebbero avuto un impatto significativo nella politica della Cina.

La “Legge della regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese per la salvaguardia della sicurezza nazionale” era stata approvata dall’Assemblea Nazionale del Popolo, il massimo organo legislativo della Cina, il 30 giugno scorso ed era stata fatta rientrare nell’Allegato III della Basic Law, la mini-costituzione di Hong Kong. Con essa sono stati proibiti movimenti secessionisti e sovversivi, interferenze straniere e azioni di terrorismo sull’isola, rendendoli atti criminali per i quali sono previste pene fino all’ergastolo. Oltre a questo, è stata istituita la Commissione di Salvaguardia della Sicurezza Nazionale, che prevede l’impiego sull’isola di forze dell’ordine rispondenti al governo centrale di Pechino.Per molti, la legge avrebbe leso l’autonomia e le libertà di Hong Kong, restando volutamente vaga e lasciando ampi margini per la casistica di applicazione.

Hong Kong fa ufficialmente parte della Cina dal primo luglio 1997, quando fu ultimato il passaggio della sua sovranità dal Regno Unito al governo di Pechino, secondo una serie di condizioni stabilite nella Dichiarazione congiunta sino-inglese, siglata il 19 dicembre 1984 e registrata come un trattato dall’Onu. In base a tale documento, le relazioni di Hong Kong con il governo centrale sono state regolate dal modello “un Paese, due sistemi”, volto a garantire un certo grado di indipendenza all’isola, che negli anni si era sviluppata su un modello economico, politico e sociale inglese e capitalista, molto distante dal modello del socialismo con caratteristiche cinesi adottato da Pechino. Tale principio e modalità di gestione sarebbero dovuti restare in vigore fino al 2047 ma per molti la legge sulla sicurezza nazionale li avrebbe già erosi.

Ad oggi, nonostante i legami dell’isola con molti Paesi occidentali, il suo maggior partner commerciale resta Pechino e sarebbe proprio questo il fatto che, secondo The Diplomat, unitamente alla sovranità cinese sul territorio, avrebbe convinto Pechino ad adottare la legge sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong.

A parte gli Stati Uniti, anche altri Paesi occidentali hanno adottato contromisure all’applicazione della nuova legge. Il Regno Unito, ad esempio, ha promesso che amplierà l’accesso alla cittadinanza inglese dei detentori del passaporto British National Overseas (BNO), un documento rilasciato dal Regno Unito ad alcuni abitanti dell’isola durante il periodo di Transizione. Nuova Zelanda, Australia, Canada, Francia e Germania si sono poi unite a Londra nell’interrompere i trattati di estradizione con Hong Kong. Tuttavia, anche in questi casi, le speranze che la Cina sia indotta a cambiare la sua posizione su Hong Kong sono limitate, in quanto per ottenere ciò servirebbe una strategia a lungo termine e condivisa da tutti i maggiori Paesi occidentali che al momento non sembrerebbe essere in fieri.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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