Egitto: la posizione di Biden verso Il Cairo

Pubblicato il 10 novembre 2020 alle 16:33 in Egitto USA e Canada

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Con l’inizio della campagna elettorale negli Stati Uniti, analisti e media affiliati al presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, avevano espresso preoccupazione circa una possibile vittoria del candidato democratico, Joe Biden. Nonostante ciò, il presidente al-Sisi è stato tra i primi leader del mondo arabo a congratularsi con il neopresidente USA al momento della vittoria.

Secondo quanto riportato da al-Jazeera il 10 novembre, a pochi giorni di distanza dall’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali statunitensi, del 7 novembre, la vittoria di Biden era stata in un primo momento temuta da alcuni circoli egiziani filogovernativi, vista la tendenza del neopresidente a difendere questioni in materia di diritti umani e a rifiutare pratiche autoritarie, in particolare in Medio Oriente, diversamente dal suo predecessore, Donald Trump, che, invece, aveva visto in al-Sisi il suo “dittatore preferito”. Nonostante ciò, alcuni analisti egiziani ritengono che l’elezione di Biden alla Casa Bianca possa non portare necessariamente a un miglioramento della situazione politica in Egitto.

Tale considerazione deriva dagli eventi susseguitisi nel corso dell’amministrazione di Barack Obama, il 44esimo presidente degli USA dal 2009 al 2017, e dalle dichiarazioni di Biden durante la propria campagna presidenziale e durante il suo mandato da vicepresidente. Secondo quanto riportato da al-Jazeera, nel corso delle proteste in Egitto del gennaio 2011, in cui veniva richiesta la caduta dell’ex capo di Stato, Hosni Mubarak, Biden, allora vicepresidente degli USA, durante una conversazione telefonica con il suo omologo egiziano, Umar Sulayman, affermò che le richieste della popolazione egiziana potevano, in realtà, essere soddisfatte attraverso negoziati “significativi” con il governo del Cairo.  

Parallelamente, Biden aveva più volte riferito che la Casa Bianca desiderava che il governo egiziano mettesse fine alla detenzione e alle operazioni di repressione di giornalisti e attivisti, oltre all’abolizione della legge d’emergenza e al coinvolgimento di gruppi di opposizione nei negoziati, secondo uno specifico calendario e una road map in grado di consentire la transizione verso la democrazia. Secondo il candidato democratico, tali mosse, insieme ad un cambiamento nell’approccio adottato verso i manifestanti, potevano soddisfare le richieste dell’opposizione egiziana e, al contempo, il governo poteva essere pronto ad accettarle.

Inoltre, stando a quanto riferito da al-Jazeera, Biden aveva affermato di essere a conoscenza dei passi compiuti dal governo, ma lo aveva esortato a prendere provvedimenti immediati per dare seguito alle riforme, chiedendo allo stesso tempo un trasferimento ordinato di potere rapido, significativo, pacifico e legittimo, portando a progressi immediati e irreversibili, e rispondendo alle aspirazioni del popolo egiziano. In una dichiarazione più chiara della sua posizione sulla rivoluzione del 25 gennaio, Biden ha affermato che Mubarak non era un dittatore e si è rifiutato di paragonare la rivoluzione egiziana alle rivoluzioni dell’Europa orientale. I resoconti dei media dell’epoca riportano anche che Biden era tra i funzionari americani che avevano espresso timore per l’improvvisa caduta di Mubarak, che, dal loro punto di vista, avrebbe potuto portare a un governo islamico ostile, se non addirittura al caos.

Poi il 12 luglio scorso, in un Tweet, Biden ha affermato la sua opposizione ad arresti, torture e repressioni di attivisti ed ha aggiunto: “Niente più assegni in bianco per il “dittatore preferito” di Trump”. Tale affermazione è stata preceduta dalle dichiarazioni del novembre 2019, quando Biden ha confermato che la questione dei diritti umani sarà alla base delle relazioni del suo Paese con il mondo, in caso di vittoria. “In qualità di presidente, Joe Biden riterrà l’Arabia Saudita e la Cina responsabili, così come ogni Paese che viola i diritti dei suoi cittadini”, aveva affermato nel corso di un dibattito.

Parallelamente, il 19 ottobre scorso, oltre 50 deputati democratici statunitensi hanno firmato una lettera, indirizzata al presidente egiziano al-Sisi, in cui hanno richiesto il rilascio di attivisti, giornalisti, avvocati e altri prigionieri politici. Tale mossa, secondo al-Jazeera, non deve essere trascurata se si vuole comprendere la posizione del neopresidente rispetto al Cairo. Non da ultimo, rappresentanti USA hanno minacciato di tagliare o congelare gli aiuti militari all’Egitto se il Cairo non avesse adottato misure concrete per migliorare la situazione dei diritti umani nel Paese.

Circa la questione della grande diga africana GERD, Biden non ha ancora espresso una posizione, ma Anthony Blinken, a detta di al-Jazeera il candidato più forte per la posizione di consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nella nuova amministrazione, si è dimostrato più chiaro. Nello specifico, Blinken ha sottolineato l’importanza del ruolo di Washington come mediatore nella questione, contrastando le dichiarazioni di Trump secondo cui l’Egitto avrebbe fatto “esplodere la diga”. Tuttavia, proprio a partire da affermazioni simili, politici etiopi, personalità statunitensi di origine etiope, rappresentanti al Congresso di discendenza africana e una serie di figure influenti nella campagna di Biden hanno intensificato i contatti fra loro. Inoltre, secondo fonti mediatiche, gli ambienti democratici sono in competizione con personalità che hanno atteggiamenti negativi nei confronti della posizione egiziana sulla diga, inclusi ex deputati, consiglieri e ambasciatori che hanno firmato dichiarazioni e lettere chiedendo imparzialità nei confronti dell’Etiopia a sfavore dell’Egitto.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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