Elezioni in Myanmar: la Lega Nazionale per la Democrazia annuncia la vittoria

Pubblicato il 9 novembre 2020 alle 11:41 in Asia Myanmar

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La Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito attualmente al governo, ha annunciato la propria vittoria alle ultime elezioni parlamentari in Myanmar, il 9 novembre. La NDL, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, avrebbe ottenuto abbastanza sedute parlamentari, ovvero 322, per poter formare un governo.

La notizia è stata comunicata dal portavoce del partito, Myo Nyunt, il quale ha ringraziato il popolo birmano e ha dichiarato che si è trattato di un risultato estremante incoraggiante per il partito e per la popolazione. Tuttavia, la comunicazione è stata data sulla base di risultati interni alla NDL, elaborati da quanto riferito dai membri di partito presenti allo spoglio elettorale nei singoli seggi, e la vittoria della NDL non è stata ancora annunciata dalla Commissione elettorale.

Le votazioni si sono svolte nella giornata dell’8 novembre e, per molti osservatori, si è trattato di un referendum sugli ultimi cinque anni di governo di Suu Kyi e della NDL, che hanno riscosso grande successo internamente al Paese, soprattutto tra l’etnia birmana, ma hanno anche attirato grandi critiche a livello internazionale, in quanto bersaglio di presunte accuse di genocidio contro la minoranza musulmana dei Rohingya.

Alle ultime votazioni, il popolo birmano è stato chiamato a scegliere 315 delle totali 425 sedute disponibili nella Camera bassa del Parlamento, Pyithu Hluttaw, e 161 delle 217 della Camera alta, Amyotha Hluttaw. In totale, si sono presentati oltre 90 partiti con 5.643 candidati. In base a quanto previsto dalla Costituzione, un quarto dei posti in entrambe le aule parlamentari spetta invece all’Esercito, che aveva dominato la politica birmana per circa 50 anni prima del 2011, quando aveva iniziato a ritirarsi progressivamente dalla politica. L’obiettivo elettorale della NDL è quello di ottenere  2/3 della maggioranza, in modo che possa avere la possibilità di scegliere il presidente e formare un governo senza ricorrere ad alleanze.

Nel 2015, quando si sono tenute le prime elezioni democratiche del Myanmar, la NDL aveva vinto con 390 preferenze e, secondo Myo Nyunt, i dati del 2020 potrebbero anche superare tale cifra. In tale occasione, il partito della presidente uscente Suu Kyi aveva battuto il Partito per l’Unione la Solidarietà e lo Sviluppo, considerato un’estensione dell’Esercito.

A differenza da quanto accaduto nella precedente tornata elettorale, però, quest’anno il Myanmar si trova ad affrontare sfide inedite o aggravate che riguardano la diffusione del coronavirus, le difficoltà economiche e i conflitti etnici sempre più gravi. A causa di tutte queste problematiche, è stato stimato che la partecipazione elettorale possa essere stata limitata.

 In particolare, circa un milione di persone non avrebbe potuto votare a causa della chiusura dei seggi in molte aree, motivata con l’acuirsi di tensioni in alcune zone come gli Stati di Shan e Rakhine. La commissione elettorale, citando motivi di sicurezza, aveva deciso di non aprire i seggi in zone interessate da conflitti e aveva specificato che solamente coloro che sono riconosciuti cittadini del Paese avrebbero potuto votare. In molti hanno ritenuto che tale scelta sia stata politicamente motivata e volta a discriminare le minoranze.

Tale provvedimento ha colpito centinaia di migliaia di Rohingya residenti in accampamenti o villaggi nello Stato di Rakhine, che non hanno avuto la possibilità di votare perché non riconosciuti come cittadini del Paese. Il Partito per la Democrazia e i Diritti Umani, formato da membri di etnia Rohingya, ha rilasciato una dichiarazione denunciando il fatto che la propria gente sia stata privata dei suoi diritti. 

I Rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato Nord-occidentale di Rakhine che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è invece ritenuta una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Molti dei suoi appartenenti, però, hanno generazioni di parenti alle spalle che hanno sempre vissuto in Myanmar. Non essendo riconosciuti come cittadini del Paese, quindi, non è stato loro concesso di votare alle elezioni dell’8 novembre.

Rispetto ai Rohingya nel 2016, erano emerse le prime notizie riguardo violenze di massa contro tale etnia, perpetrate dall’Esercito birmano a Rakhine, poi, dal 25 agosto 2017, era stata avviata una campagna di repressione contro la minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che, solamente nel primo mese di tale iniziativa di repressione, siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni.

Le Nazioni Unite avevano accusato l’Esercito birmano di aver condotto tali operazioni con un intento genocida, ma il governo del Myanmar, aveva categoricamente respinto tali accuse, definendole incomplete e fuorvianti. Al contrario, il governo di Yangon aveva sostenuto che il proprio Esercito stesse combattendo contro gruppi armati di etnia Rohingya e che le operazioni di “sgombero” dei loro villaggi rientrassero all’interno di azioni di contrasto al terrorismo, iniziate dopo attacchi mortali subiti dall’Esercito per mano della minoranza. 

Difronte alla pressione internazionale, il Myanmar aveva condotto un’indagine i cui esiti erano stati rivelati lo scorso gennaio e dalla quale emergeva che fossero stati compiuti crimini di guerra nello Stato di Rakhine ma si negava qualsiasi intento genocida. In tale quadro, alcuni soldati sono stati processati dalla corte marziale per “incidenti” avvenuti in alcuni villaggi ma non sono mai emersi dettagli sugli autori, i loro crimini e le sentenze ricevute.  Nonostante tali iniziative, il 23 gennaio scorso, la Corte di Giustizia internazionale dell’Aia ha comunque disposto che il governo di Yangon protegga i Rohingya dal genocidio.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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