Elezioni presidenziali USA: il commento dell’Ayatollah Khamenei

Pubblicato il 4 novembre 2020 alle 9:40 in Iran USA e Canada

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La guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha riferito che, a prescindere da chi vincerà le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, la posizione dell’Iran non cambierà.

In particolare, in un discorso rivolto alla nazione il 3 novembre, la guida suprema ha affermato che la politica di Teheran nei confronti di Washington non sarà influenzata dai risultati delle elezioni statunitensi, iniziate nel medesimo giorno. A detta di Khamenei, la politica di Teheran è una politica “calcolata” e già definita, che non subirà modifiche in base a “chi entra o esce” dalla Casa Bianca. Pur ammettendo che “le cose possono accadere” con alcuni presidenti degli Stati Uniti, Khamenei ha affermato: “Questo non riguarda la Repubblica islamica”. Teheran, ha riferito Khamenei, continuerà ad aver bisogno di sviluppare le proprie capacità missilistiche “per difendersi dai nemici”.

I commenti del leader supremo iraniano sono giunti in concomitanza con il 41esimo anniversario della presa di potere nel 1979 dell’ex ambasciata americana a Teheran, che ha portato a una crisi degli ostaggi durata per 444 giorni. L’episodio aveva spinto Washington a interrompere le relazioni diplomatiche con Teheran, innescando un ciclo di ostilità tra i due governi, peggiorato durante il mandato del presidente Donald Trump. In particolare, le tensioni tra Teheran e Washington sono aumentate a partire dall’8 maggio del 2018, quando il presidente in carica Trump si è ritirato unilateralmente dall’accordo sul nucleare siglato il 14 luglio 2015, imponendo nuovamente sanzioni contro Teheran.

L’intesa in questione era stata voluta dall’ex presidente statunitense, Barak Obama, e prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’ONU e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e dell’autorizzazione all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica di effettuare ispezioni presso gli impianti iraniani. Joe Biden, nel periodo in cui è stata firmata tale intesa, era vice presidente. Proprio Biden, nel corso della sua campagna elettorale, ha dichiarato che, in caso di vittoria, intende proporre all’Iran una strada da perseguire “credibile” per convincerlo a riaprire canali diplomatici e rilanciare l’accordo del 2015.

Un altro punto toccato da Khamenei riguarda le tensioni sul suolo iraniano, acuitesi tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020. Uno degli episodi più significativi è stata l’uccisione del generale a capo della Quds Force, Qassem Soleimani, e di Abu Mahdi al-Muhandis, vice capo delle Forze di Mobilitazione Popolare, a seguito di un raid aereo ordinato dalla Casa Bianca il 3 gennaio scorso contro l’aeroporto di Baghdad. L’episodio è stato il culmine di un’escalation che ha fatto temere minacce alla stabilità regionale e globale. Sebbene le tensioni si siano placate, Teheran è tuttora accusata dagli USA di essere coinvolta nei ripetuti attacchi contro le truppe internazionali anti-ISIS di stanza in Iraq e i presidi statunitensi nel Paese. A partire dal mese di ottobre 2019, sono più di 30 gli attacchi contro basi e strutture statunitensi in Iraq, che hanno portato Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. 

A tal proposito, Ali Khamenei, nel suo discorso del 3 novembre, ha accusato gli USA di aver pianificato di invadere altri Paesi, come accaduto in Iraq. Qui, tuttavia, i giovani e i credenti iracheni, con il loro fervore e intolleranza, non hanno consentito agli statunitensi di penetrare nel loro Paese con il pretesto di contrastare i cosiddetti “takfiri”, ovvero i miscredenti. Parallelamente, la guida suprema ha elogiato l’assalto all’ambasciata USA a Teheran del 1979. “L’attacco degli studenti contro questo covo di spie era del tutto appropriato e un atto saggio”, ha affermato Khamenei, aggiungendo: “Alcuni credono che se il governo (iraniano) si arrendesse alle richieste e alle politiche statunitensi, ne trarrebbe vantaggio, ma i governi che hanno ceduto all’arbitrio americano hanno ricevuto il colpo più forte e la loro sofferenza è aumentata”. “Questa ostilità continuerà, e l’unico modo per porvi fine è che la controparte la smetta di credere di infliggere un duro colpo al popolo e al governo in Iran”. Inoltre, per Khamenei, gli USA rappresentano un “impero” che prima o poi imploderà.

In un’intervista del 2 novembre, anche il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, aveva dichiarato che Teheran non aveva un “candidato preferito” per la presidenza statunitense. A tal proposito, è stato sottolineato come le affermazioni di Joe Biden fossero sembrate più promettenti, ma, ad ogni modo, sarà l’effettivo comportamento a dover essere valutato. Circa la politica di “massima pressione” esercitata da Washington, Zarif ha affermato che questa non ha portato il cambiamento politico sperato in Iran. Inoltre, in merito alla possibilità di un nuovo accordo sul nucleare in caso di vittoria del candidato democratico, il ministro iraniano ha affermato che ciò non avverrà.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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