Siria: la popolazione preda del conflitto e della pandemia

Pubblicato il 2 novembre 2020 alle 12:17 in Medio Oriente Siria

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Secondo gli ultimi dati raccolti dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), nel mese di ottobre il numero di vittime provocate dal conflitto in Siria ha raggiunto quota 600. Si tratta del bilancio più elevato degli ultimi otto mesi. Un’ulteriore piaga è rappresentata dalla pandemia di coronavirus.

Il numero comprende 104 civili, di cui 8 bambini al di sotto dei 18 anni di età e 5 donne. Le vittime, spiega il SOHR, sono state provocate da bombardamenti perpetrati dalle forze russe e dall’esercito legato al presidente siriano, Bashar al-Assad, così come dagli attacchi delle Syrian Democratic Forces (SDF) e della coalizione internazionale anti-ISIS e dagli scontri che hanno visto impegnati i gruppi di opposizione e gli alleati turchi. Tra le altre cause che hanno portato alla morte di cittadini siriani, a detta dell’Osservatorio Siriano, sono da includersi altresì le torture subite in prigione e le esplosioni di dispositivi, mine, e autobombe. In tale quadro, sono 106 i combattenti dei gruppi di opposizione rimasti uccisi nel mese di ottobre, mentre l’esercito di Assad ha subito la perdita di 124 membri.

Parallelamente al SOHR, anche la Rete siriana per i diritti umani ha documentato l’uccisione di almeno 126 civili, sempre nel mese di ottobre, per mano delle diverse parti coinvolte nel conflitto in Siria. A detta dell’organizzazione, sono 10 i detenuti morti sotto tortura nelle carceri del regime siriano, mentre 86 civili sono stati uccisi dall’esplosione di mine dall’inizio del 2020. Tra questi, vi sono stati altresì 15 bambini, il che rappresenta uno dei più alti tassi a livello mondiale.

Di fronte ad uno scenario di perduranti tensioni, il SOHR ha fatto appello alla comunità internazionale, chiedendole di impegnarsi per porre fine al perdurante spargimento di sangue. La popolazione siriana, spiega l’Osservatorio, è vittima di tirannia e oppressione, mentre si cerca di ottenere giustizia, democrazia, libertà ed uguaglianza.

Il perdurante conflitto scoppiato il 15 marzo 2011 non può dirsi ancora concluso. L’ultima regione posta ancora sotto il controllo dei ribelli è Idlib, dove, nonostante un accordo di cessate il fuoco, continuano ad essere denunciate violazioni, anche a danno di civili. Il 5 marzo scorso, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ed il suo omologo russo, Vladimir Putin, hanno stabilito una tregua nella regione siriana Nord-occidentale, con il fine di favorire il ritorno di sfollati e rifugiati. Tuttavia, questa è stato accolta con scetticismo dai residenti, che hanno visto innumerevoli iniziative naufragare negli ultimi anni.

A tal proposito, secondo il rapporto della Rete siriana per i diritti umani, le prove da essa raccolte indicano che le forze del governo di Assad, coadiuvate dall’alleato russo hanno, in molti casi, commesso crimini di guerra. Inoltre, è stato evidenziato come un’alta percentuale di siriani continui a morire a causa di mine, sebbene si tratti di un’arma condannata dal Diritto internazionale umanitario.

Oltre ai danni provocati dal conflitto, Idlib deve far fronte anche alla pandemia di coronavirus. Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab il 2 novembre, nelle ultime settimane vi è stato un aumento dei casi positivi al Covid-19, soprattutto all’interno dei campi profughi situati al confine tra Siria e Turchia. La situazione risulta essere sempre più allarmante, vista la fragilità e l’impreparazione di un Paese che risente di più di nove anni di conflitto.

Il 27 marzo scorso un’organizzazione attiva nella regione aveva evidenziato che gli abitanti totali nel governatorato di Idlib ammontano a 4.017.750. In un’ottica di emergenza sanitaria, i letti disponibili nelle strutture della regione sono 1689. Ciò significa che 2378 persone dovrebbero essere riposte in un solo letto. Per tale motivo, sin dallo scoppio della pandemia, le organizzazioni umanitarie hanno espresso il loro timore di una catastrofe sanitaria, in caso di diffusione del virus soprattutto all’interno dei campi profughi. Qui, le comunità non dispongono di servizi di base, tra cui risorse idriche e servizi igienico-sanitari. “Lavarsi le mani o fare la doccia sembra essere un lusso che molti non possono permettersi”, riporta al-Arab, sulla base delle testimonianze raccolte.

Il Dipartimento sanitario affiliato ai gruppi di opposizione ha riferito di aver registrato circa 5.000 contagi da coronavirus, di cui almeno 42 decessi. La media è di 300 casi al giorno, mentre anche 860 membri del personale medico-sanitario sono stati colpiti dal virus. In tale quadro, durante un discorso rivolto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il sottosegretario generale per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, Mark Lowcock, ha dichiarato: “Nella Siria Nord-occidentale, il numero di vittime è aumentato di sei volte in un mese”, precisando come anche i campi profughi abbiano registrato un aumento dei contagi. Ciò è dovuto altresì all’aumento dei test effettuati. Tuttavia, dato il sovraffollamento, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha osservato che la principale sfida è l’isolamento.

Il Dipartimento sanitario ha chiesto ai residenti di rispettare il distanziamento sociale, ma secondo i rifugiati è “pressoché impossibile”. Omar, un siriano sfollato da 8 anni, che lavora come autista di cisterne d’acqua, ha affermato che non può rimanere nell’accampamento, poiché deve recarsi ogni giorno in altre aree della Siria per guadagnarsi da vivere e cercare sostentamento. “Se resto in tenda, come vivo e come mangio?” ha chiesto Omar.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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