L’Islam conquisterà l’Europa?

Pubblicato il 2 novembre 2020 alle 6:14 in Europa Il commento

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La paura dell’islamizzazione dell’Europa si diffonde a ogni nuovo attentato. Questa paura colpisce tanto i suprematisti, quanto i moderati contrari alla violenza. Che si tratti di orrendi assassini o di stimati giornalisti e professori, sfugge a entrambi che il processo in atto non è l’islamizzazione dell’Europa, bensì l’europeizzazione dell’Islam. Si può dire che non c’è Paese islamico che non sia sottoposto a un processo – incipiente  o avanzato – di europeizzazione. In alcuni casi, l’Europa si impone all’Islam con la televisione e i prodotti commerciali; in altri casi, con la guerra o le sanzioni. Il ritmo con cui procede l’europeizzazione dell’Islam è molto più veloce del ritmo che scandisce la presunta islamizzazione dell’Europa, di cui questa rubrica, in realtà, non coglie traccia. Sotto il profilo culturale ed economico, non c’è partita. Le ragazze europee non sono attratte dallo stile di vita delle ragazze dei Paesi islamici, come l’Iran e l’Arabia Saudita, mentre le ragazze iraniane e saudite sono attratte eccome da quello delle loro coetanee occidentali. Ciò è dimostrato dal fatto che l’Europa non ha bisogno di approvare alcuna legge per impedire ai propri cittadini di imitare lo stile di vita dei Paesi islamici, mentre l’Arabia Saudita e l’Iran devono impedire, con la frusta, che i loro ragazzi si comportino come i giovani europei. Questo accade perché non tutte le culture sono uguali. Alcune sono dotate di una maggiore “potenza radioattiva” e altre meno. Per potenza radioattiva, deve intendersi la capacità di una cultura di aggredire e scompaginare una cultura straniera dall’interno, scavando nella sua pancia come una tenia. Secondo la teoria dell’aggressione culturale di Arnold Toynbee, quando due civiltà vengono in contatto, una delle due entra in crisi perché è meno seducente e meno conveniente. Chi ha occhi per vedere non ha dubbi: è la cultura europea a essere entrata nella cultura islamica e non il contrario. “Saudi Vision 2030”, il monumentale programma di riforme dell’Arabia Saudita, approvato il 25 aprile 2016 dal consiglio dei ministri del Regno, non è altro che un gigantesco processo di europeizzazione dell’Islam. L’obiettivo di questo piano di sviluppo economico è di “introdurre una serie di riforme strutturali per diversificare l’economia, creare nuovi posti di lavoro e innalzare la qualità della vita dei sauditi, attraverso le privatizzazioni e lo sviluppo delle piccole e medie imprese”. A parte il fatto che questo linguaggio è tipicamente europeo, è appena il caso di osservare che alla crescita smisurata dei commerci e degli affari corrisponde un arretramento del sentimento religioso. Lo vediamo in Italia, dove tutti vogliono sposarsi in Chiesa, ma nessuno prega. Intorno ai matrimoni, girano tantissimi soldi, ma, dentro il rito, si aggirano pochissimi credenti. Per non parlare del Natale. La vita mondana è nemica della vita spirituale. Weber era convinto di avere trovato un’eccezione a questa regola nella religione protestante, ma la sua tesi è stata demolita da Frank Parkin e, ancor più, da Luciano Pellicani, nel suo capolavoro: “La genesi del capitalismo e le origini della modernità” (Rubbettino). Se un uomo passa la sua giornata a contare banconote, non ha tempo per pregare. Se prega, chiede a Dio di diventare ricco. Bin Laden è l’eccezione alla regola, confermata da milioni di persone. Il dolore per i morti di Nizza non deve indurci a sragionare. L’islamizzazione dell’Europa è una paura relativa al futuro; l’europeizzazione dell’Islam è una realtà che riguarda il presente. Per avere un’idea chiara di ciò che sta accadendo, bisognerebbe ascoltare le parole di Michael Adebolajo, il terrorista che, il 22 maggio 2013, ha ucciso il soldato Lee Rigby a Londra. In un video su Youtube, che proietto sempre nel mio corso di sociologia del terrorismo, Adebolajo spiega che il suo attentato non ambisce a promuovere l’islamizzazione dell’Europa, ma a frenare l’europeizzazione dell’Islam. Nel mio libro, “Isis. I terroristi più fortunati del mondo e tutto ciò che è stato fatto per favorirli” (Rizzoli), ho sostenuto che, sotto il profilo culturale, il terrorismo islamico non è un’azione; è una reazione. Non è un attacco; è un contrattacco. Che Macron si rassereni: l’uomo europeo, che conosce la potenza radioattiva della sua cultura, non attribuisce tutta questa importanza alla questione delle vignette su Maometto.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

di Redazione

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