L’Iran prova a raggirare le sanzioni di Washington

Pubblicato il 2 novembre 2020 alle 17:33 in Iran Medio Oriente

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Il Parlamento iraniano, lunedì 2 novembre, ha discusso di un disegno di legge che, laddove realizzato, sancirebbe di fatto l’uscita di Teheran dall’accordo sul nucleare siglato nel 2015. Il fine è raggirare le sanzioni statunitensi, dopo che i Paesi europei firmatari dell’accordo non sono riusciti a salvaguardare gli interessi dell’Iran, così come richiesto.

Secondo l’articolo 9 del progetto, l’Organizzazione iraniana per l’energia atomica sarà tenuta a produrre e immagazzinare ogni anno almeno 120 chilogrammi di uranio arricchito, con un livello di purezza del 20%, presso l’impianto nucleare di Fordow, oltre a soddisfare le richieste industriali pacifiche del Paese con uranio arricchito oltre il 20%. Una volta ratificato, il disegno di legge obbligherà l’Agenzia ad aumentare la produzione mensile di uranio arricchito, per scopi pacifici e con diversi livelli di purezza, di almeno 500 kg. Inoltre, sono previste operazioni di arricchimento dell’uranio con almeno 1.000 centrifughe IR-2M a Natanz, entro tre mesi dalla ratifica, e attività di ricerca e sviluppo presso il sito nucleare di Fordow con almeno 164 centrifughe IR-6.

Parallelamente, entro marzo 2021, il numero di centrifughe aumenterà a quota 1.000, mentre entro 5 mesi l’Agenzia potrà inaugurare una fabbrica di uranio metallico a Isfahan e ripristinare un reattore ad acqua pesante da 40 Megawatt ad Arak, che avrebbe dovuto essere riprogettato e ottimizzato con l’accordo sul nucleare. Non da ultimo, il governo di Teheran potrà impedire qualsiasi tipo di accesso e monitoraggio da parti estere, sospendendo il protocollo aggiuntivo del 2015, che include ispezioni internazionali periodiche delle sue strutture e consente agli ispettori l’accesso ai siti sospetti.

Infine, se i Paesi firmatari dell’accordo sul nucleare non adempiranno ai propri impegni, se non revocheranno le sanzioni anti-iraniane fino a tre mesi dopo la ratifica del disegno di legge, e se i legami bancari dell’Iran con l’Europa o gli acquisti di petrolio dall’Iran non ritorneranno alla normalità, l’amministrazione iraniana sospenderà l’attuazione volontaria del protocollo aggiuntivo del trattato di non proliferazione nucleare. In caso contrario, anche il governo di Teheran dovrà tornare a rispettare l’accordo.

Fonti iraniane hanno riferito che, su 215 deputati presenti alla seduta del 2 novembre, 196 hanno votato a favore della risoluzione, 6 contro, mentre 4 si sono astenuti. L’accordo sul nucleare iraniano, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), è stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevede la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani.

L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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