Israele: 19esimo weekend di proteste contro Netanyahu

Pubblicato il 2 novembre 2020 alle 8:33 in Israele Medio Oriente

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Migliaia di cittadini israeliani si sono nuovamente radunati per le strade del Paese, nella sera del 31 ottobre, in segno di protesta contro il premier Benjamin Netanyahu, accusato di non aver affrontato adeguatamente l’emergenza coronavirus.

Le proteste del 31 ottobre hanno interessato Gerusalemme, Tel Aviv e altre città israeliane, dove la popolazione è scesa in piazza sventolando bandiere rosa, divenute un simbolo delle proteste degli ultimi mesi, e inneggiando slogan come: “Rivoluzione!” e “Salvare il Paese, combattere la corruzione!”. A Gerusalemme, i gruppi di manifestanti hanno marciato verso l’abitazione del primo ministro, il destinatario principale della perdurante mobilitazione, e di cui vengono richieste le dimissioni. Le forze di sicurezza sono intervenute per respingere la folla, mentre alcuni manifestanti sono stati ostacolati da sostenitori di Netanyahu. Stando a quanto dichiarato da alcuni agenti di polizia, sei manifestanti sono stati arrestati, mentre testimoni sul posto hanno riferito di casi di aggressione da parte delle forze dell’ordine. “Non ci siamo riuniti per piangere, ma per diffondere speranza. Eviteremo che il Paese crolli”, ha affermato un cittadino a Caesarea.

I movimenti degli ultimi cinque mesi sono stati organizzati dal “Black Flag Movement”, già protagonista delle manifestazioni del mese di aprile scorso, in cui veniva criticata l’alleanza tra Netanyahu ed il suo ex rivale, Benny Gantz. Tale movimento accusa Netanyahu di “menzogna e istigazione”. Ad accompagnare Black Flag, vi sono anche altri movimenti, tra cui “Peace Now”, i quali continuano a richiedere e a incoraggiare la pace.

Netanyahu viene accusato di non aver gestito la pandemia di Covid-19 nel modo più appropriato, esacerbando ulteriormente le condizioni economiche del Paese. Non da ultimo, il premier è tuttora coinvolto in un triplice processo giudiziario, con accuse di frode, corruzione e abuso d’ufficio. L’incriminazione contro Netanyahu è giunta il 21 novembre 2019, ma, come stabilito dalla legge, il primo ministro non sarà costretto a dimettersi fino a quando non sarà ufficialmente emessa una sentenza contro di lui.

Sono tre i casi che vedono imputato Netanyahu. Il primo è noto come “Caso 1000”, dove il premier è accusato di abuso d’ufficio, in quanto avrebbe ricevuto, tra il 2007 ed il 2016, regali dal valore di circa 240.000 dollari in cambio di agevolazioni fiscali per gli imprenditori mittenti dei regali, miliardari oltreoceano. Il “Caso 2000” vede Netanyahu impegnato in presunte negoziazioni con Arnon “Noni” Mozes, il proprietario di uno dei maggiori quotidiani israeliani, Yedioth Ahronoth, volte ad ottenere maggiore copertura mediatica in cambio di una circolazione limitata del quotidiano gratuito rivale, Israel Hayom. Quest’ultimo è di proprietà di un donatore di destra, Sheldon Adelson, considerato un portavoce del premier.

Infine, il caso considerato più rilevante è il “Caso 4000”, riguardante la relazione tra Netanyahu e l’azienda di telecomunicazioni Bezeq. Il primo ministro avrebbe offerto regolarmente benefici dal valore di circa 280.000 milioni di dollari, in cambio della pubblicazione di notizie a proprio favore su Walla News!, un quotidiano online. Inoltre, al centro delle indagini relative a tale caso vi è anche la fusione tra Bezeq e il gruppo televisivo YES, del 2015, quando Netanyahu era al Ministero delle Comunicazioni. I procuratori accusano il premier di essersi fatto corrompere per modificare la legislazione a favore di Bezeq, consentendo a quest’ultima di guadagnare ingenti somme.

Nel frattempo, la pandemia di coronavirus continua a diffondersi nel Paese e le autorità israeliane hanno imposto nuove restrizioni, tra cui la chiusura di ristoranti e alberghi, e la sospensione delle attività di alcuni settori economici. Secondo gli ultimi dati rilasciati, in Israele il numero dei contagi da Covid-19 ha raggiunto quota 315.131, mentre il numero dei decessi totali è pari a 2.554. In tale quadro, l’intero settore economico risente delle conseguenze delle misure adottate, in un Paese in cui il tasso di disoccupazione aveva raggiunto, nel mese di luglio scorso, il 21%.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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