Cina-Australia: sette mesi di tensioni commerciali

Pubblicato il 2 novembre 2020 alle 10:44 in Australia Cina

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Il ministro per il Commercio dell’Australia, Simon Birmingham, ha annunciato, il 2 novembre, che le autorità cinesi hanno bloccato e stanno analizzando carichi di aragoste rosse australiane per verificare il livello di metalli in esse contenuti, aggiungendo che il governo di Canberra e i gruppi del settore stanno aspettando ulteriori chiarimenti da Pechino. Tra il 31 ottobre e il primo novembre, il carico in questione è stato bloccato al porto di Shanghai ed è ancora in attesa di autorizzazione. La Cina è il maggior mercato di destinazione delle aragoste rosse australiane, coprendo pressoché il totale delle esportazioni del prodotto per un valore di 750 milioni di dollari nel solo 2019.

Birmingham ha specificato: “È importante che le persone non giungano a conclusioni affrettate rispetto alle motivazioni di questi ritardi e che consentano al settore ittico di lavorare con i nostri diplomatici e i rappresentanti del mondo agricolo, per verificare i fatti, così come la possibilità di riprendere tale commercio e che le procedure doganali avvengano in tempi adeguati”. Il ministro australiano ha così risposto ai timori degli operatori del settore rispetto al fatto che potrebbe trattarsi dell’ultimo episodio delle tensioni commerciali tra Pechino e Canberra. In questo caso, si tratterebbe di un bene estremamente costoso e con tempi di consumo brevi dalla consegna, per i quali un blocco prolungato della merce significherebbe il suo stesso deterioramento e l’impossibilità di commerciarla. 

I timori australiani rispetto alle esportazioni verso la Cina sono aumentati dallo scorso 30 ottobre, quando, secondo quanto riportato dal South China Morning Post, alle aziende di proprietà statale cinesi è stato indicato di interrompere gli acquisti di 7 categorie di prodotti australiani, ovvero orzo, zucchero, vino rosso, legname, carbone, aragoste, minerali di rame e concentrato. Al momento, secondo alcune fonti, però, non sarebbe stata rilasciata alcuna indicazione formale.

Intanto, lo scorso 30 ottobre, l’Amministrazione per le dogane della Cina ha messo al bando le importazioni di legname dallo Stato australiano del Queensland e ha sospeso le importazioni di orzo dall’azienda Emerald Grain. In particolare, l’Amministrazione per le dogane della Cina ha rilasciato un avviso agli esportatori in cui ha rivelato di aver individuato un parassita nel legname importato dal Queensland, lo scarabeo da corteccia Ips grandicollis, e ha quindi deciso di interrompere tutte le esportazioni di legname dallo Stato australiano. Nella stessa giornata, poi, l’Agenzia per le dogane cinesi ha comunicato che le forniture d’orzo della Emerald Grain erano contaminate con Bromus rigidus, anche detto forasacco massimo, e ha quindi ordinato l’interruzione delle importazioni di orzo da parte di tale azienda, revocandone la registrazione. Quest’ultima è un grande esportatore che raccoglie cereali da circa 12.000 produttori negli Stati del New South Wales e di Victoria.

Da un lato, la Cina è il maggior mercato di esportazione dei beni australiani, dall’altro Canberra è il maggior partner commerciale di Pechino nella regione dell’Asia-Pacifico e da sette mesi i due Paesi sono impegnati in tensioni commerciali alle quali se ne sono aggiunte altre a livello politico internazionale.

Il primo episodio degli attriti commerciali sino-australiani risale allo scorso 13 febbraio, quando la Commissione antidumping australiana aveva valutato una possibile proroga dei dazi antidumping su prodotti cinesi di estrusione da alluminio. Il successivo 17 febbraio, la Commissione aveva quindi avviato indagini sulle vendite di micro-estrusioni da alluminio prodotte dalle aziende cinesi Guangdong Jiangshen Aluminium e Guangdong Zhongya Aluminium giungendo alla decisione finale di prorogare i dazi  su lavelli cinesi in acciaio inox, il 28 febbraio. Il 31 marzo, l’Australia ha avviato una serie di altre investigazioni antidumping su prodotti in alluminio provenienti da Cina Corea del Sud, Taiwan e Vietnam e dal 16 aprile ha fatto lo stesso con fogli A4 importati da Cina, Brasile, Indonesia e Tailandia. In seguito a tali investigazioni e ad altre che ne sono seguite, l’Australia ha continuato a mantenere i dazi antidumping su più prodotti del settore metallurgico cinese.

Parallelamente, a livello politico, il 21 aprile scorso, il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha richiesto un’indagine indipendente sulle origini della pandemia di coronavirus all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), insieme ad altri leader mondiali, inclusi quelli di di Francia, Germania e Stati Uniti, provocando lo scontento della Cina, da dove è partita l’epidemia lo scorso dicembre 2019. Oltre a questo, Canberra ha sospeso l’accordo di estradizione con Hong Kong e ha esteso i visti per circa 10.000 abitanti della città che si trovano già in Australia, a causa della nuova legge per la sicurezza nazionale imposta da Pechino sull’isola lo scorso 30 giugno. Infine, l’Australia ha deciso di unirsi agli Stati Uniti nella denuncia contro le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la sovranità dichiarata dalla Cina sulla base della linea dai nove tratti non abbia valore legale, lo scorso 24 luglio.

Da parte sua, dall’11 maggio, la Cina ha bloccato le importazioni di carne da quattro grandi mattatoi australiani per problemi di etichettatura, provocando un notevole danno al settore, considerando che il primo mercato estero per le carni bovine australiane, è proprio la Cina che ne richiede il 30 % del totale. Il successivo 18 maggio, Pechino ha poi imposto tariffe dell’80,5% sull’orzo d’importazione australiana, accusando il Paese di essere venuto meno alle regole dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) dopo un’indagine antidumping. La Cina è il maggior acquirente estero di orzo australiano, richiedendone  il 70% del totale, solo nel 2018 tali vendite avevano avuto un valore di 1,5 miliardi di dollari. Il 18 agosto scorso, poi, Pechino ha avviato un’investigazione sulle importazioni di vino e il 31 agosto ha bloccato le importazioni di cereali dell’azienda CBH Grain, il maggior esportatore australiano nel settore, dopo aver riscontrato la presenza di erbe nocive in alcuni carichi, e ha revocato la licenza d’esportazione all’azienda. Il 12 ottobre scorso, poi, la Cina ha annunciato che interromperà l’acquisto di carbone termico e coke e quattro giorni dopo ha invitato le filature cinesi a non utilizzare cotone australiano.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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