Libia: Al-Sarraj non si dimette

Pubblicato il 31 ottobre 2020 alle 10:52 in Africa Libia

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Il primo ministro e capo del Consiglio presidenziale del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, Fayez al-Sarraj, ha ritirato le proprie dimissioni nella sera del 30 ottobre e resterà in carica fin quando il dialogo politico in corso tra le parti libiche non si sarà concluso.

L’annuncio di tale decisione è stato dato dal portavoce del GNA, Galib al-Zaklai, a poca distanza dagli appelli dell’Alto Consiglio di Stato libico, legato al governo di Tripoli, e della Germania. Nella dichiarazione rilasciata è stato specificato che al-Sarraj ha ricevuto più richieste di mantenere la propria carica per evitare un vuoto di potere sia da leader di Paesi amici, sia da funzionari dell’Onu, sia da gruppi della società civile.

Nella stessa giornata del 30 ottobre, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, aveva esortato al-Sarraj a rimanere in carica per garantire “continuità istituzionale ed esecutiva” nelle prossime “cruciali” settimane in cui si terranno i negoziati per delineare una soluzione politica al conflitto libico. Parallelamente, anche la Missione di supporto dell’ONU in Libia (UNSMIL) e il Parlamento di Tripoli hanno chiesto ad Al-Sarraj di rimandare la propria decisione.

Anche l’Alto Consiglio di Stato libico, il 29 ottobre, aveva chiesto ad al-Sarraj, di rinviare le sue dimissioni fino a quando non saranno nuovi istituiti organismi politici per la Libia, evitando così un vuoto politico che potrebbe destabilizzare ulteriormente il Paese.  L’Alto consiglio di Stato aveva avanzato tale richiesta in base ai principi del cosiddetto “accordo politico”, con riferimento agli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, con cui era stata sancita l’istituzione del GNA, in contrapposizione al governo di Tobruk, affiliato all’Esercito Nazionale Libico (LNA) e al generale Khalifa Haftar.

Lo scorso 16 settembre, al-Sarraj, aveva affermato di voler cedere il proprio mandato ad una “nuova autorità” entro la fine del mese di ottobre e tale decisione era stata raggiunta in seguito all’annuncio di un cessate il fuoco lo scorso 21 agosto da parte dello stesso al-Sarraj, a nome del governo di Tripoli, e del presidente della Camera dei Rappresentanti del governo di Tobruk, Aguila Saleh, con particolare riferimento alla città costiera di Sirte e alla base di al-Jufra, nella Libia centrale. A seguito di tale annuncio, è iniziata la mobilitazione di attori interni ed esterni alla Libia per raggiungere tale obiettivo e, lo scorso 23 ottobre, le delegazioni libiche rivali, ovvero LNA e GNA, riunitesi a Ginevra nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5 dal 19 ottobre scorso, hanno ufficialmente siglato un accordo di cessate il fuoco permanente in tutta la Libia che prevede, tra le altre cose, l’uscita dai confini nazionali di tutti i combattenti e mercenari stranieri presenti in Libia. Il comitato 5+5 si riunirà nuovamente per stabilire altri dettagli quali il ritiro dai fronti di combattimento, la partenza dei mercenari e l’unificazione delle forze armate.

 Al momento, oltre ai negoziati tra le parti per una risoluzione politica del conflitto in Libia, sono in corso anche dialoghi per dare al Paese un nuovo assetto politico e il prossimo incontro di persona tra le parti è previsto per il prossimo 9 novembre in Tunisia.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e, al momento, vede il fronteggiarsi delle milizie del GNA e di quelle del LNA. Il GNA di al-Sarraj è il governo ufficialmente riconosciuto dall’Onu in Libia, è nato il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017 ed è stato formalmente appoggiato da Italia, Qatar e Turchia. Le forze del LNA, vicine al governo di Tobruk con a capo Aguila Saleh, a livello internazionale sono, invece, sostenute da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Francia e Russia.

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Camilla Canestri

di Redazione