Yemen: il Parlamento arabo condanna le operazioni dei ribelli

Pubblicato il 30 ottobre 2020 alle 10:09 in Medio Oriente Yemen

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Il Parlamento arabo ha espresso preoccupazione per gli ultimi sviluppi in Yemen e per la perdurante crisi che continua ad esacerbare le condizioni umanitarie della popolazione. Inoltre, a quasi un anno dalla firma dell’accordo di Riad, si è tuttora in attesa della formazione di un nuovo governo.

Con “Parlamento arabo” si fa riferimento al Parlamento della Lega araba, istituito nel 2001. Si tratta di organismo composto da rappresentanti dei Paesi membri della Lega. Nello specifico, quattro per ciascuno Stato. Se da un lato la Lega araba è un’organizzazione internazionale di carattere prevalentemente politico che riunisce tutti i Paesi la cui popolazione è a maggioranza araba, dall’altro lato, il Parlamento è considerato uno dei più importanti meccanismi di azione parlamentare araba congiunta, oltre ad essere uno strumento efficace di cooperazione e coordinamento.

Il 29 ottobre, tale organismo ha tenuto una riunione in cui sono stati presi in esame gli ultimi sviluppi in Yemen e in Libia. Riguardo al primo Paese, il Parlamento ha condannato le ripetute violazioni commesse dai ribelli sciiti Houthi a danno della popolazione yemenita, e di tutte quelle operazioni che contrastano la Costituzione, le alleanze e i trattati internazionali, oltre che i valori di uguaglianza e giustizia sociale. Tali azioni, è stato sottolineato, continuano ad esacerbare le condizioni sanitarie ed umanitarie della popolazione yemenita.

Le dichiarazioni dei deputati arabi sono giunte a poche ore di distanza dall’annuncio del portavoce della coalizione internazionale a guida saudita, il colonnello Turki al-Maliki, con cui è stato riferito che le proprie forze sono state in grado di intercettare e distruggere 6 droni e 3 missili balistici lanciati, dai ribelli Houthi, verso Jizan, Najran e Khamis Mushait, nel Sud del Regno saudita. A comprovarlo, un video diffuso in rete. A detta delle forze saudite-emiratine, impegnate nel contrastare i ribelli sciiti, questi ultimi continuano a perpetrare “operazioni terroristiche”, volte a colpire “deliberatamente” soggetti e oggetti civile, in flagrante violazione del Diritto umanitario internazionale.

Tuttavia, il Parlamento della Lega araba ha accolto con favore l’accordo raggiunto tra il governo legittimo yemenita e i ribelli sciiti in merito allo scambio di prigionieri. A tal proposito, il 15 ottobre, circa 700 prigionieri yemeniti, affiliati al governo legittimo e agli Houthi, sono stati rilasciati dalle prigioni di Seiyun, nel governatorato orientale di Hadramout, e della capitale Sana’a. Lo scambio di prigionieri rappresenta una delle clausole inserite nell’Accordo di Stoccolma del 13 dicembre 2018. Quest’ultimo è un patto in base al quale i ribelli Houthi avevano accettato di ritirarsi da tutti e tre i porti principali dello Yemen, Hodeidah, Saleef e Ras Isa, lasciando svolgere alla delegazione dell’Onu le necessarie attività di monitoraggio e gestione dell’area. Un altro punto riguarda lo scambio di prigionieri tra governo e ribelli, pari a circa 15.000 detenuti. 

Parallelamente, il Parlamento ha espresso il proprio sostegno agli sforzi profusi dall’Arabia Saudita, la quale mira ad accelerare l’attuazione del cosiddetto accordo di Riad, siglato il 5 novembre 2019. Obiettivo di tale patto è porre fine alle tensioni tra il governo centrale yemenita ed i gruppi separatisti facenti capo dal Consiglio di Transizione Meridionale (STC), con il fine ultimo di proseguire sulla strada della risoluzione del conflitto yemenita.

L’accordo di Riad prevede la formazione di un nuovo esecutivo, composto da 24 ministri equamente distribuiti tra Nord e Sud del Paese. Il 28 luglio scorso, fonti politiche yemenite avevano riferito che i negoziati tra il governo e i gruppi separatisti avevano assistito a sviluppi significativi e che presto le parti avrebbero raggiunto un’intesa. Ad oggi, 30 ottobre, le medesime fonti prevedono che un accordo in merito alla nuova squadra governativa potrebbe essere trovato prima del 5 novembre. A capo del nuovo governo vi sarà Moein Abdul Malik.

Tuttavia, non mancano gli ostacoli e le divergenze, alimentate anche da attori esterni. Tra questi, vi è altresì il Qatar, il quale esercita pressioni affinché il nuovo governo includa rappresentanti di due partiti yemeniti affiliati alla Fratellanza Musulmana, la cosiddetta “Corrente di Doha” e il partito “al-Islah”, con il fine ultimo di ottenere guadagni “personali”. Ad opporsi, vi è il “Congresso Generale del Popolo”, considerato “l’ala di Riad”. Le ultime controversie hanno riguardato soprattutto l’assegnazione di quattro portafogli ministeriali, tra cui i Ministeri di Petrolio e Giustizia.  

Obiettivo di Doha, a sua volta affiliata ad Ankara, è opporsi all’attuazione dell’accordo di Riad e, più in generale, alla coalizione saudita-emiratina. Le mosse politiche coincidono con quelle militari dei Fratelli Musulmani, i quali mirano ad assediare Aden da Nord e da Est, nella regione meridionale controllata dalle forze del STC, e da lì alimentare tensioni che portino al fallimento della coalizione internazionale.

Circa il conflitto yemenita, scoppiato il 19 marzo 2015, Doha, Ankara e la Fratellanza Musulmana si porrebbero a fianco dell’Iran e dei ribelli sciiti  Secondo degli accordi non ufficiali, una volta terminato il conflitto, gli  Houthi acquisirebbero il controllo del Nord, mentre la Fratellanza Musulmana, appoggiata da Qatar e Turchia, potrebbe attuare i propri piani espansionistici verso Sud.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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