Accordo di cessate il fuoco in Libia: tra speranza e scetticismo

Pubblicato il 29 ottobre 2020 alle 11:36 in Africa Libia

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La popolazione libica guarda all’accordo di cessate il fuoco, siglato il 23 ottobre, con “speranza e scetticismo”, viste le diverse iniziative naufragate negli ultimi anni. Human Rights Watch, invece, ha evidenziato la necessità di porre l’accento altresì sui crimini di guerra perpetrati.

Il riferimento va all’accordo siglato da delegazioni legate alle due parti belligeranti, l’Esercito Nazionale libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, e il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di accordo Nazionale (GNA), risultato dagli incontri del Comitato militare congiunto 5+5, svoltisi sotto l’egida delle Nazioni Unite. Diversi i punti concordati, tra cui una cessazione delle ostilità presso i fronti di combattimento e l’allontanamento di combattenti e mercenari stranieri dai territori libici entro 90 giorni. Non da ultimo, tutti gli accordi raggiunti sino ad ora in materia di formazione e addestramento militare congiunto dovranno essere congelati.

Come riporta il quotidiano al-Wasat, nonostante l’accordo sia stato accolto con favore a livello regionale ed internazionale, alcuni analisti ritengono che il raggiungimento di una pace duratura in Libia possa trovare non pochi ostacoli. In tale quadro, l’ex ambasciatore britannico in Libia, Peter Joseph Millett, ha affermato che, sebbene sia positivo che le due parti siano disponibili a fare concessioni, “il diavolo è nei dettagli”, in quanto vi sono ancora numerosi dubbi. A detta di Millett, la questione principale è: “I Paesi che hanno appoggiato le forze militari in Libia saranno disposte ad accettare il compromesso raggiunto?”. La questione nasce dal sostegno mostrato da attori stranieri, tra cui Turchia ed Egitto, ai gruppi belligeranti, con la speranza di ottenere guadagni in futuro.

“Abbiamo già assistito a diversi accordi simili”, ha affermato Hassan Mahmoud al-Ubaidi, un insegnante della città di Bengasi, nell’Est libico, il quale ha affermato che ora sarà necessario implementarli. “La guerra ha causato una terribile spaccatura sociale, ed è doveroso impegnarsi immediatamente per ricostruire e risanare le ferite, che sono diventate sempre più profonde” ha affermato al-Ubaidi, mettendo in luce la necessità di unificare l’intera nazione in un’unica entità. “Molti hanno speranza ma non sono ottimisti”, ha affermato un altro cittadino libico, dichiarando: “La Libia merita di meglio”, dopo aver messo in evidenza i danni economici e sociali provocati dal perdurante conflitto.

Nella capitale Tripoli, a circa mille km a Ovest di Bengasi, un combattente fedele al Governo di Accordo Nazionale, Salim Kashout, ha messo in dubbio la continuazione del cessate il fuoco, affermando come un accordo in passato vi fosse stato, ma dopo soli cinque giorni le forze di Haftar diedero inizio alla violenta offensiva contro Tripoli, che ha causato ingenti perdite materiali e di vite umane. Pertanto, ha dichiarato il soldato affiliato al GNA, se l’accordo del 23 ottobre non verrà rispettato, l’esercito tripolino è pronto a rispondere in qualsiasi momento.

Un consulente in materia di rischi geopolitici, Mohamed Dorda, ha dichiarato che il cessate il fuoco rappresenta un passo positivo, oltre che un punto di partenza per colloqui politici. Tuttavia, è stato evidenziato, la Libia necessita di un accordo in materia di sicurezza, volto a consentire la formazione del nuovo governo. “Se non affrontiamo la crisi di sicurezza, ci troveremo nella stessa situazione entro pochi anni”, ha dichiarato Dorda. Parallelamente, per alcuni analisti, raggiungere una pace duratura è una sfida complessa in un Paese che è caduto vittima di un misto di “fazioni armate rivali, mercenari stranieri e gruppi islamici estremisti”. Inoltre, è stato osservato, i negoziatori a Ginevra non controllano “i loro alleati armati sul terreno” ed è improbabile che gli attori esterni in Libia rinuncino facilmente alla loro influenza conquistata a fatica.

In tale quadro, Human Rights Watch ha evidenziato che, sebbene siano numerosi gli aspetti positivi concordati dai gruppi rivali, l’accordo del 23 ottobre non prevede un impegno chiaro e un processo volto a portare davanti alla giustizia gli autori di crimini e violazioni, commessi da entrambe le parti belligeranti con il sostegno di “sponsor stranieri”. Secondo l’organizzazione, ciò include “attacchi indiscriminati che hanno ucciso civili e distrutto infrastrutture vitali, sparizioni forzate, arresti arbitrari e uccisioni illegali”.

Inoltre, per HWR un altro difetto dell’accordo sta nella “smobilitazione e l’integrazione dei combattenti nelle forze di sicurezza dello Stato”. Secondo l’organizzazione, oltre a stabilire rigide procedure di controllo per squalificare chiunque sia accusato di aver commesso reati gravi, dovrebbe esserci anche un impegno a portare tali soggetti davanti alla giustizia per i crimini commessi.

Nel frattempo, nonostante i dubbi e le perplessità, gli occhi di attori regionali e internazionali sono puntati verso la Tunisia, in attesa del forum politico che inizierà, presumibilmente, il 9 novembre. L’obiettivo sarà giungere ad una soluzione politica della crisi e porre fine alla situazione di instabilità che caratterizza la Libia dal 15 febbraio 2011.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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