USA-Cina: 8 arresti per l’operazione “Caccia alla Volpe”

Pubblicato il 28 ottobre 2020 alle 19:59 in Cina USA e Canada

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Otto persone sono state accusate di lavorare per conto della Cina e di aver cospirato per costringere una famiglia cinese a tornare in patria, secondo una denuncia resa nota il 28 ottobre. 

Cinque delle persone accusate, tra cui un investigatore privato statunitense, assunto per aiutare a spiare la famiglia, sono state arrestate il 28 ottobre nel New Jersey, New York e in California. Si ritiene che i restanti siano già in Cina, secondo quanto hanno riferito gli alti funzionari del Dipartimento di Giustizia. Il presunto complotto era noto come “Operazione Caccia alla Volpe” e “Operazione Skynet”, secondo quanto mostrano i documenti del tribunale, ed ha avuto luogo tra il 2016 e il 2019. L’obiettivo era prendere di mira i cittadini cinesi che vivono in Paesi stranieri e intimidirli affinché tornassero in Cina per affrontare una serie accuse dalle quali erano presumibilmente fuggiti. Gli Stati in questione, come gli USA, sono quelli che non hanno un accordo di estradizione con Pechino. 

In ogni caso, gli Stati Uniti richiedono per legge che chiunque agisca per conto di un Paese straniero deve registrarsi e informare l’ufficio del procuratore generale. Tutti e otto gli imputati nel caso sono accusati di cospirazione per aver agito come agenti illegali per un governo straniero. Un portavoce dell’ambasciata cinese negli Stati Uniti non ha ancora commentato le accuse. “Questo è il primo caso nel suo genere e penso che sia significativo”, ha affermato Seth DuCharme, procuratore degli Stati Uniti ad interim per il distretto orientale di New York. “Ciò che distingue davvero il caso è che coinvolge direttamente gli sforzi di una potenza straniera per condurre attività unilaterali qui sul suolo statunitense, in violazione delle nostre leggi”, ha aggiunto.

La denuncia afferma che il gruppo ha complottato per prendere di mira un ex dipendente del governo cinese, sua moglie e sua figlia, che vivono nel New Jersey dal 2010. Le presunte molestie subite dalla famiglia includevano la ricezione di una lettera minacciosa che diceva: “Se sei disposto a tornare nel continente e passare 10 anni in prigione, tua moglie e i tuoi figli staranno bene”. La famiglia ha anche ricevuto minacce sui social media, oltre a pacchi che contenevano lettere di questo tipo, insieme a minacce video registrate. Secondo gli avvisi pubblicati dalla Cina con l’Organizzazione Internazionale della Polizia Criminale nel 2012 e 2014, Pechino ha identificato l’uomo in questione come un fuggitivo ricercato in patria per appropriazione indebita, abuso di potere e accettazione di tangenti.

Tre degli imputati – Zhu Yong, Hongru Jin e Michael McMahon – sono stati arrestati a New York e nel New Jersey, e si presenteranno in tribunale nel corso della giornata. Altri due – Rong Jing e Zheng Congying – sono stati arrestati in California. Gli ultimi tre imputati – Zhu Feng, Hu Ji e Li Minjun – rimangono latitanti e si ritiene che siano in Cina. La notizia arriva meno di una settimana dopo che il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, ha annunciato che 6 aziende cinesi che operano nel settore dell’informazione saranno considerate missioni estere della Cina. La decisione statunitense rischia di suscitare una dura reazione da parte di Pechino. Pompeo ha reso nota tale decisione il 21 ottobre e ha aggiunto che gli Stati Uniti avrebbero avviato un dialogo sulla Cina con l’Unione Europea il 23 ottobre. 

Pompeo ha dichiarato, specificamente, di voler fermare gli “sforzi della propaganda comunista cinese” negli Stati Uniti. “Queste società sono anche sostanzialmente di proprietà, o effettivamente controllate da un governo straniero”, ha dichiarato. Si tratta dell’ennesima mossa in quella che è ormai un “guerra mediatica” tra Cina e Stati Uniti. La tensione in questo ambito è aumentata a partire da marzo di quest’anno. Nello specifico, il 18 marzo, la Cina aveva  reso nota la revoca delle credenziali ai giornalisti delle 3 testate statunitensi, in risposta alla decisione di Washington di limitare l’accesso dei cittadini cinesi ai media statali negli Stati Uniti. I giornalisti interessati erano dipendenti del New York Times, Wall Street Journal e Washington Post, le cui credenziali scadevano entro la fine del 2020. Pechino ha chiesto loro di restituire i permessi entro 10 giorni. Il 17 marzo, le autorità di Pechino hanno specificato che non sarà permesso continuare a riportare notizie anche dai territori semi-autonomi di Hong Kong o Macao.

La mossa cinese è arrivata dopo che gli Stati Uniti avevano reso noto, il 18 febbraio, che 5 aziende nel settore dell’informazione, di proprietà statale di Pechino, sarebbero state sottoposte a controlli simili a quelli previsti per le ambasciate straniere. Di conseguenza, è previsto che solo un numero limitato di cittadini cinesi possa lavorare per tali aziende. Tra i media interessati c’erano inizialmente l’agenzia di stampa Xinhua, la China Global Television Network e la China Daily Distribution Corp. Oggi ci sono 15 aziende del settore. Queste dovranno dichiarare il registro dei propri dipendenti e delle proprietà possedute negli Stati Uniti presso il Dipartimento di Stato. 

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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