Bielorussia, Lukashenko: Espellere dalle università studenti che protestano

Pubblicato il 28 ottobre 2020 alle 12:41 in Bielorussia Europa

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Gli studenti che prendono parte a proteste non autorizzate devono essere espulsi dalle università. Lo ha affermato il presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko martedì 27 ottobre nel corso di una riunione sulla preparazione della sesta Assemblea popolare panbielorussa.

“Studenti. Andate a studiare, studiate. Chi vuole studiare, lasciatelo studiare. Chiunque sia sceso in strada in violazione della legge per azioni non autorizzate perde il diritto di essere uno studente. Bisogna mandare via, in mezzo alla strada, o a servire nell’esercito coloro che protestano. A prescindere, dovrebbero essere espulsi dall’università” – ha dichiarato Lukashenko. Un video del suo discorso ai partecipanti all’incontro è stato pubblicato sul canale Pool Pervy Telegram, vicino al servizio stampa della Presidenza della Repubblica bielorussa.

Il capo dello stato ha aggiunto che lo stesso vale per gli insegnanti che si uniscono ai manifestanti. “Lo stesso dicasi per gli insegnanti. È vero che sono pochissimi di loro, ma si comportano in modo disgustoso nelle università” – ha attaccato.

Lukashenko nel suo intervento ha ripetutamente attirato l’attenzione sul fatto che molti giovani e studenti prendono parte alle proteste non autorizzate che si svolgono in Bielorussia dal 9 agosto, quando si sono svolte le elezioni presidenziali. Il 20 ottobre ha sostituito i rettori di tre università, divenute centri di attività di protesta studentesca. Il capo dello stato ha definito “un problema” il fatto che gli studenti vadano a protestare contro le autorità.

Frattanto, gli attivisti bielorussi per i diritti umani e i parenti di prigionieri arrestati per ragioni politiche hanno annunciato la creazione dell’iniziativa civile Liberation 2020. Le informazioni sono reperibili sul sito web dell’organizzazione per i diritti umani “Viasna”, che non è legalmente riconosciuto dalle autorità bielorusse, riferisce l’agenzia di stampa russa TASS.

“Lo scopo di tale iniziativa è trasmettere le voci dei parenti dei prigionieri politici alla società bielorussa e internazionale, organizzare azioni congiunte per sostenersi a vicenda, per rafforzare la solidarietà nella società” – afferma la nota di Viasna.

Attualmente, circa 100 persone sono state riconosciute come prigionieri politici dagli attivisti bielorussi per i diritti umani dall’inizio della campagna presidenziale.

Secondo l’ufficio del procuratore generale della Bielorussia, ad oggi, più di 500 procedimenti penali sono stati avviati nella repubblica ex-sovietica in relazione alle rivolte e alle conseguenze delle azioni di protesta. La stragrande maggioranza di questi casi criminali è legata agli eventi che hanno avuto luogo a Minsk.

In Bielorussia sono iniziate manifestazioni di massa il 9 agosto scorso a seguito della rielezione, per un sesto mandato, del presidente Aleksandr Lukashenko, al potere dal 1994. Secondo il conteggio ufficiale dei voti, il capo dello Stato ha ottenuto l’80,1% dei voti, la candidata dell’opposizione unita, Svetlana Tichanovskaja, ha ottenuto il 10,12% dei consensi. Gli altri tre candidati insieme hanno raccolto poco più del 4%. Il voto non è stato riconosciuto dalla UE, mentre il ministro degli esteri russo Lavrov ha definito le elezioni “non ottimali”.

Lukashenko ha denunciato in diverse occasioni l’interferenza straniera negli eventi in Bielorussia e ha accusato diversi paesi occidentali di essere dietro le proteste.

Nei primi giorni delle manifestazioni, gli agenti delle forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni, proiettili di gomma, idranti, granate assordanti e persino fucili a pompa. Secondo il ministero dell’Interno, centinaia di persone sono rimaste ferite, tra cui più di 200 agenti delle forze dell’ordine, e più di 10.000 persone sono state arrestate. Quattro persone sono morte.

A seguito della pressione popolare e internazionale, le forze di sicurezza hanno smesso di usare la forza per disperdere le manifestazioni, ma le proteste sono continuate nelle strade e si sono estese anche ad alcune reti televisive e imprese pubbliche, che sono entrate in sciopero. L’opposizione ha lanciato un ultimatum al capo dello stato affinché lasciasse il potere. Scaduto l’ultimatum lunedì 26 ottobre, sono ripresi scioperi e manifestazioni di massa, seguiti da violenta repressione.

L’Unione Europea preme sul presidente bielorusso affinché intavoli un dialogo con le opposizioni, e ha deciso che applicherà sanzioni contro i responsabili dei brogli elettorali e della repressione delle manifestazioni. Il governo lituano, ritenendo troppo blanda la decisione di Bruxelles, ha deciso di varare sanzioni contro lo stesso presidente Lukashenko, seguito poi da altri paesi UE. Mosca ha condannato qualunque “ingerenza straniera” in Bielorussia, ma, rispondendo alle richieste di aiuto militare del presidente bielorusso, ha chiarito che non vede alcun motivo per assistere la Bielorussia militarmente, esortando il paese vicino a risolvere i suoi affari da solo.

Putin il 27 agosto ha annunciato la formazione di una riserva delle forze di sicurezza che potrebbe intervenire in Bielorussia nel caso “la situazione degenerasse”. Il leader del Cremlino, tuttavia, ha invitato Lukashenko ad “ascoltare” e a “prendere atto” delle proteste. Una posizione ribadita lo scorso 14 settembre, quando il presidente bielorusso è volato a Sochi per un vertice bilaterale. 

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Italo Cosentino, interprete di russo

di Redazione

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