Washington sfida le sanzioni di Pechino: più armi per Taiwan

Pubblicato il 27 ottobre 2020 alle 12:40 in Cina Taiwan USA e Canada

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Il portavoce del Ministero Affari Esteri cinese, Wang Wenbin, il 27 ottobre, è tornato ad ammonire gli Stati Uniti, invitandoli ad interrompere la vendita di armi a Taiwan e la cooperazione militare con l’isola, cancellando altresì qualsiasi piano a riguardo, per non danneggiare ulteriormente le relazioni sino-statunitensi, così come la pace e la stabilità dello stretto di Taiwan.

Il giorno prima, la Cina aveva annunciato sanzioni contro aziende, entità e soggetti statunitensi per la vendita di armi a Taiwan per un valore di 1,8 miliardi di dollari, approvata il precedente 21 ottobre dalle autorità statunitensi. Le sanzioni cinesi erano state annunciate dal portavoce del Ministero Affari Esteri cinese, Zhao Lijian, il quale aveva citato tra i destinatari delle sanzioni le aziende Boeing, Raytheon Technologies e Lockheed Martin.  Zhao era quindi tornato a chiedere a Washington di interrompere le vendite di armi a Taiwan, avvisandola che Pechino continuerà ad adottare le dovute misure per la difesa della propria sovranità e dei propri interessi.

Nella stessa giornata, però, noncurante delle sanzioni cinesi, il Dipartimento di Stato degli USA ha approvato la potenziale vendita di missili anti-nave a Taiwan per un valore di 2,4 miliardi di dollari, affermando che gli Stati Uniti hanno un interesse cosante per la pace e la sicurezza dello stretto di Taiwan e dell’isola, ritenute centrali per quelle dell’intero Indo-Pacifico.

In particolare, l’amministrazione del presidente statunitense, Donald Trump, ha notificato al Congresso la propria approvazione per la vendita di 100 missili Harpoon per la difesa costiera e di 400 missili da terra, realizzati da Boeing. I missili Harpoon in questione saranno impiegati su dispositivi di lancio collocati su mezzi mobili da terra e si uniranno ad altri missili Harpoon installati su dispositivi aerei e sottomarini, già presenti nell’arsenale taiwanese.

Seppur non riconoscendo formalmente il suo governo, gli USA sono il maggior fornitore d’armi di Taiwan che si definisce Repubblica di Cina (ROC), tant’è vero che, già lo scorso 14 agosto, Taipei aveva firmato un accordo per l’acquisto di 66 jet F-16 di ultimo modello con la statunitense Lockheed Martin. Successivamente, il 21 ottobre scorso, il Dipartimento di Stato degli USA aveva poi approvato la vendita di un sistema composto da 11 lancia-razzi, detto High Mobility Artillery Rocket System (Himars), 135 missili terra-aria di tipo AGM-84H/K SLAM-ER e 6 sensori di tipo MS-110, per un valore complessivo di 1,8 miliardi di dollari.

Dall’inizio del proprio incarico, l’amministrazione dell’attuale presidente Trump ha adottato più iniziative volte ad intensificare i legami tra Washington e Taipei, nonostante, dal primo gennaio 1979, gli USA abbiano riconosciuto ufficialmente il governo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) di Pechino, rinunciando a riconoscere la legittimità della ROC.

Tra le iniziative più significative, il 16 marzo 2018, gli USA hanno approvato il Taiwan Travel Act che consente e incoraggia visite di alto livello tra Stati Uniti e la ROC e ,nello stesso anno, hanno aperto a Taipei l’American Institute in Taiwan (AIT), che funge da loro ambasciata de facto sull’isola. Nel 2020, Washington ha poi organizzato due visite di alto livello condotte a Taipei dal sottosegretario per gli Affari Economici degli USA, Keith Krach, e dal segretario alla Salute e ai Servizi Umani degli Stati Uniti, Alex Azar. Oltre a questo, Taipei e Washington starebbero preparando la propria versione delle “Nuove Vie della Seta”, il grande progetto infrastrutturale e d’investimenti lanciato dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013. Lo scorso 30 settembre, le parti hanno annunciato il cosiddetto “Framework to Strengthen Infrastructure Finance and Market Building Cooperation”, una piattaforma per promuovere attraverso i rispettivi settori pubblico e privato progetti infrastrutturali ed energetici nella regione dell’Indo-Pacifico e in America.

Per Pechino le relazioni tra Taipei e Washington non sono accettabili perché, secondo la sua visione, Taiwan e la Cina formano un solo Paese di cui l’isola sarebbe una provincia, proprio in base al principio “una sola Cina” che riconosce il solo governo della RPC, ma, a Taipei, è presente un esecutivo autonomo, con a capo la presidente avversa a Pechino, Tsai Ing-wen. Oltre a respingere categoricamente il principio di “una sola Cina”, quest’ultima ha trionfato con una grande maggioranza alle ultime elezioni sull’isola alla guida del Partito Progressista Democratico (PDD), lo scorso 11 gennaio e ha intensificato gli scambi con Washington.

Il governo di Pechino, da parte sua, ha però più volte affermato di voler risolvere la questione di Taiwan, che rappresenta la sua maggiore problematica dal punto di vista territoriale e diplomatico e non ha escluso la possibilità di farlo utilizzando la forza.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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