Iraq: riprendono le proteste, gli arresti e gli atti di violenza

Pubblicato il 27 ottobre 2020 alle 9:41 in Iraq Medio Oriente

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Per il secondo giorno consecutivo, il 26 ottobre, la capitale Baghdad e altre città irachene hanno assistito a movimenti di protesta, che hanno portato all’arresto di circa 141 manifestanti. Attivisti e forze dell’ordine sono stati altresì vittima di atti di violenza perpetrati da “sabotatori”.

A riferirlo, il quotidiano al-Araby al-Jadeed, il quale ha evidenziato come, nonostante le promesse e gli sforzi profusi dal premier in carica, Mustapha al-Kadhimi, la popolazione irachena è ritornata a protestare ad un anno di distanza dall’ampia mobilitazione che aveva avuto inizio il primo ottobre 2019, chiedendo alle forze al potere di rispondere alle proprie richieste, tra cui la lotta alla corruzione e il miglioramento delle condizioni di vita. Il primo ministro e le autorità irachene hanno esortato i gruppi di manifestanti a protestare in modo pacifico, e le forze di sicurezza erano state invitate a non impiegare armi per disperdere la folla.

Nonostante ciò, vi sono state diverse testimonianze di episodi di violenza, tra cui accoltellamenti, da parte di gruppi infiltrati definiti “sabotatori” che hanno minato il carattere pacifico delle proteste. A detta dei cittadini stessi, si tratterebbe di gruppi armati legati a milizie filoiraniane, responsabili di molestie contro le donne scese in piazza, accoltellamenti di manifestanti e attivisti di spicco, così come del lancio di bombe Molotov ed esplosivi contro le forze di sicurezza. Fonti di Baghdad sostengono che i “sabotatori” possano essere membri delle cosiddette Brigate di Hezbollah, responsabili altresì degli attacchi perpetrati nell’ultimo anno contro obiettivi statunitensi, o dei Movimenti Nujaba e Asa’ib, e del Movimento Sadrista.

Nel frattempo, le autorità irachene hanno dichiarato, il 26 ottobre, di aver arrestato 141 manifestanti nella capitale Baghdad, a causa della resistenza da essi mostrata contro le forze dell’ordine e dopo il ferimento di circa 46 membri della Squadra Speciale, tra cui due ufficiali. Secondo il portavoce dell’Ufficio del comandante in capo delle forze armate, il maggiore generale Yahya Rasool, le forze irachene si sono impegnate a salvaguardare la sicurezza dei cittadini, così come le proprietà pubbliche e private, ma sono state aggredite di continuo da ordigni esplosivi, tra cui bombe Molotov, mentre diversi edifici sono stati incendiati. Anche il portavoce del Comando delle operazioni congiunte, il maggiore generale Tahsin al-Khafaji, ha confermato gli atti di aggressione contro gli agenti iracheni, i quali sono stati attaccati da più di 1500 bombe Molotov. Al-Khafaji ha poi ribadito la presenza di “bande criminali” che hanno cercato di sfruttare la situazione per alimentare ulteriormente lo stato di caos e agitazione, facendo ricorso a “metodi illegali”.

I movimenti di protesta del 2019 in Iraq avevano avuto inizio il primo ottobre e, dopo una breve pausa, erano ripresi il 25 ottobre. Tra le richieste principali vi erano le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione. L’ampia mobilitazione ha provocato la caduta del precedente governo e la successiva nomina di al-Kadhimi, il premier più giovane dall’istituzione dello Stato iracheno, il cui mandato ha avuto inizio il 6 maggio scorso. Ad oggi, la popolazione irachena non si ritiene ancora soddisfatta e continua a chiedere alle autorità al potere di rispondere concretamente alle proprie richieste, tra cui riforme volte a migliorare il quadro economico e sociale del Paese.

Inoltre, è stata chiesta giustizia per i numerosi attivisti, giornalisti e manifestanti uccisi nel corso dell’ultimo anno. Oltre ai 99 rapimenti, alle circa 500 persone uccise e a quasi 8.000 feriti, vi sono stati cittadini uccisi da gruppi armati non identificati, lontano dalle arene di protesta, o che sono stati feriti nel corso del periodo di rapimento e detenzione da parte dei medesimi autori. Secondo alcuni agenti e politici iracheni, i manifestanti potrebbero essere stati attaccati da gruppi filoiraniani, mentre per altri membri del governo potrebbe essersi trattato di bande criminali, sebbene tale ultima ipotesi sia stata scartata dall’Onu, vista l’assenza di riscatti o altri moventi di natura criminale.

 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano in Italia interamente dedicato alla politica internazionale

Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.