Siria, Idlib: uccisi circa 70 fedeli di Ankara

Pubblicato il 26 ottobre 2020 alle 12:52 in Siria Turchia

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Un attacco condotto dalle forze aeree russe, lunedì 26 ottobre, ha causato la morte di più di 70 membri di gruppi affiliati alla Turchia, stanziati presso Jabal Al-Duwailah, nel governatorato siriano Nord-occidentale di Idlib.

A darne notizia, è stato l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), il quale ha precisato che il bilancio delle vittime è destinato ad aumentare, viste le gravi condizioni in cui versano i feriti, al momento pari a quasi 90, mentre numerosi risultano essere i dispersi e le vittime tuttora bloccate sotto le macerie. L’obiettivo dei raid aerei, a detta del SOHR, è stato l’accampamento della Sham Legion, situato nel Nord-Ovest di Idlib, circondato altresì da campi per sfollati e rifugiati.

Sham Legion è un’alleanza di gruppi ribelli islamici sunniti, istituita nel marzo 2014, nel quadro della guerra civile siriana. L’alleanza era formata da 19 diversi gruppi, alcuni dei quali erano precedentemente affiliati ai Fratelli musulmani in Siria e al Consiglio Shields of the Revolution. Secondo le informazioni riferite dal SOHR, l’accampamento colpito ospita più di 180 combattenti fedeli alla Turchia. Questo era stato di recente adibito a centro di addestramento, e, al momento dell’attacco, decine di combattenti stavano seguendo un corso di formazione.

Come affermato da diverse fonti, tra cui Saif al-Raad, il funzionario mediatico del Fronte di liberazione nazionale, anch’esso affiliato alla Turchia, l’episodio del 26 ottobre si inserisce nella lista delle violazioni della tregua, commesse soprattutto dalle forze russe e del governo siriano, affiliate al presidente, Bashar al-Assad. Obiettivi degli attacchi, è stato specificato, sono postazioni e accampamenti militari, ma anche villaggi e città.

Il 5 marzo scorso, il presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato una tregua nella regione di Idlib, volta a favorire il ritorno degli sfollati e rifugiati siriani. Un altro punto dell’accordo prevede l’organizzazione di operazioni di pattugliamento congiunte tra Mosca e Ankara, da effettuarsi prevalentemente presso l’autostrada M4, a circa 30 km dal confine meridionale della Turchia. Le pattuglie, sebbene siano riuscite a compiere circa diversi round, sono state spesso ostacolate non solo da gruppi di ribelli locali, ma anche da Hayat Tahrir al-Sham, un gruppo jihadista di ideologia salafita, affiliato ad Al-Qaeda.

Il suddetto governatorato rappresenta una delle ultime roccaforti poste ancora sotto il controllo dei gruppi di opposizione. Dal canto suo, la Turchia, sostenitrice dei ribelli nella cornice del perdurante conflitto, scoppiato il 15 marzo 2011, ha istituito circa 60 postazioni militari nel Nord della Siria, distribuite sui governatorati di Idlib, Aleppo, Hama e Latakia. Quindici punti sono posti in aree cadute sotto il controllo delle forze di Assad. Motivo per cui il presidente turco Erdogan ha più volte esortato l’esercito di Damasco ad abbandonare le aree occupate dal mese di aprile 2019, minacciando un intervento delle proprie forze.

È del 18 ottobre la notizia con cui è stato riferito che le forze turche hanno iniziato a smantellare una delle maggiori postazioni nella Siria centrale, nella periferia di Hama. Il 24 settembre, invece, 3 civili sono deceduti e altri 7 sono rimasti feriti a seguito dell’esplosione di un’autobomba verificatasi nell’area rurale settentrionale di Hasakah, nel Nord-Est della Siria. Si tratta di una regione controllata da gruppi fedeli ad Ankara, tra cui l’Esercito Siriano libero (ESL).

Tale Esercito è considerato uno dei più importanti gruppi di opposizione armata attivo in Siria, impegnato nel conflitto per contrastare le forze del presidente siriano, Bashar al-Assad. L’ESL e gli altri gruppi filoturchi hanno preso il controllo di alcune città del Nord-Est della Siria, tra cui Tell Abyad e Ras al-Ain, dopo l’operazione lanciata dal presidente turco Erdogan, il 9 ottobre 2019. Tale operazione è stata soprannominata “Fonte di pace”, ed ha avuto inizio un giorno dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione. L’obiettivo è stato rappresentato dalle Syrian Democratic Forces (SDF), le quali occupano una vasta area che si estende per 480 km dal fiume Eufrate al confine con l’Iraq.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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