Il ruolo dell’Italia nella guerra tra Armenia e Azerbaigian

Pubblicato il 26 ottobre 2020 alle 6:03 in Il commento Italia

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Israeliani, palestinesi e armeni, sono “popoli traumatizzati”. Utilizzo questo termine per indicare quei popoli che hanno subito violenze talmente grandi che la loro paura di subirne di nuove diventa una forza oggettiva del sistema internazionale. Il terrore, prodotto dalla riattivazione del trauma, assume un’importanza pari al petrolio nel determinare gli eventi. Chiunque voglia capire il comportamento di un popolo traumatizzato deve sapere come funzionano la mente e il cervello di chi ha subito un gravissimo trauma. Questo sapere è diventato possibile grazie allo studio tecnologico della sofferenza umana. La tomografia a emissione di positroni, prima, e la risonanza magnetica funzionale, poi, hanno consentito di visualizzare ciò che accade al cervello mentre l’uomo rivive un terribile trauma del passato. La metà sinistra del cervello, che è la parte linguistica, sequenziale e analitica, si assopisce, mentre la metà destra, che regola le emozioni e immagazzina il ricordo dei suoni, degli odori, del tatto, e che è anche la prima a svilupparsi nel grembo materno, si dimena. Detto più semplicemente, quando l’individuo traumatizzato ricorda l’evento che ha sconvolto la sua vita, il cervello secerne una serie di ormoni dello stress per cui il corpo rivive fisicamente l’esperienza passata, come spiega Bessel Van Der Kolk nel suo bellissimo libro “Il corpo accusa il colpo” (Raffaello Cortina). Il risultato è che la dimensione emozionale prende il sopravvento su quella razionale. Questo accade anche alle collettività. Gli israeliani sono ormai uno dei popoli più potenti della Terra. Nessuno può sfidarli. Eppure, non vogliono restituire i territori ai debolissimi palestinesi perché temono di essere nuovamente attaccati. Porre gli israeliani davanti all’evidenza che i palestinesi sono formiche, mentre loro sono giganti, è tempo perso: un popolo traumatizzato si sente sempre in pericolo e dice: “Mai più l’Olocausto!”. Con questo non vogliamo negare che le élites politiche siano anche ciniche e spietate. Intendiamo dire che i popoli traumatizzati continuano a essere tali, anche se i loro governanti sono freddi e opportunisti. Questa è una delle ragioni per cui il conflitto in Nagorno-Karabakh non ha fine. Sebbene a maggioranza armena, Mosca aveva collocato quella regione del Caucaso meridionale dentro i confini dell’Azerbaigian nel 1921. Con il disfacimento dell’Urss, la voglia di indipendenza degli armeni crebbe a dismisura. Nel febbraio 1988, a Sumgait, località a nord di Baku, gli azeri massacrarono un numero mai definitivamente precisato di armeni, che manifestava in favore dell’indipendenza del Nagorno-Karabakh. Quel massacro riattivò il trauma degli armeni, già vittime di un precedente massacro nella prima guerra mondiale. Sumgait radicalizzò il conflitto al punto che, oggi, gli armeni affermano che sarebbero disposti a morire in massa piuttosto che cadere sotto il regime dell’Azerbaigian. Gli armeni sono convinti che, se liberassero i territori dell’Azerbaigian che occupano illegalmente, verrebbero nuovamente sterminati. La causa della guerra è proprio questa: gli armeni occupano sette distretti che appartengono all’Azerbaigian, secondo vari pronunciamenti dell’Onu. Gli armeni si impossessarono di quelle terre dopo avere vinto la guerra d’indipendenza, terminata nel maggio 1994. L’Armenia occupa circa il 25% del territorio dell’Azerbaigian, un Paese che, purtroppo, ha tre caratteristiche, che riattivano il trauma armeno. La prima caratteristica è che l’Azerbaigian è uno Stato autoritario; la seconda è che il suo nazionalismo anti-armeno è fortissimo e la terza è che spende moltissimo per armarsi. La dimensione emozionale del conflitto non è tutto, ma è tanto. Che cosa possono fare il governo Conte e Luigi Di Maio? Sotto il profilo politico, è interesse dell’Italia non farsi trascinare nel conflitto, che finirebbe per alimentare. Ha senso che un governo si schieri in una guerra quando ha un interesse ad alimentarla. Evitare di schierarsi non significa stare con le mani in mano. Si provi a immaginare in quale situazione disastrosa verserebbe oggi la Libia se l’Italia fosse entrata nel conflitto scatenato da Haftar quando Enzo Moavero Milanesi era ministro degli Esteri. In Libia, l’Italia non ha menato le mani, eppure non è stata con le mani in mano. In Nagorno-Karabakh come in Siria, in Libia come a Hong Kong, l’Italia deve promuovere la pace per tutti, senza entrare in guerra con nessuno.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore.

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di Redazione

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