Libia: cosa è successo e cosa succederà dopo il cessate il fuoco di Ginevra

Pubblicato il 26 ottobre 2020 alle 9:53 in Africa Libia

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A seguito della firma dell’accordo di cessate il fuoco, avvenuta a Ginevra il 23 ottobre, le forze dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidate dal generale Khalifa Haftar, si sono impegnate a rispettare la tregua, ma hanno evidenziato come sia l’Alto Consiglio di Stato a voler salvaguardare il ruolo della Turchia in Libia.

In una dichiarazione al quotidiano arabo al-Arabiya, il 25 ottobre, il portavoce dell’LNA, Ahmed al-Mismari, ha affermato che il proprio esercito rispetterà l’accordo, ma una dichiarazione dell’Alto Consiglio di Stato, affiliato al governo di Tripoli, riflette, a detta di al-Mismari, un “rifiuto implicito” del cessate il fuoco da parte tripolina. La fonte dei dubbi e dei disaccordi è il ruolo della Turchia nel panorama libico, in riferimento sia agli accordi siglati con il governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA), sia alle milizie addestrate e inviate da Ankara sui fronti di combattimento libici.

A detta di al-Mismari, l’accordo del 23 ottobre “parla chiaro” e, nello specifico, i gruppi di combattenti legati alla Turchia, al pari delle altre milizie straniere, dovranno allontanarsi dal Paese entro 90 giorni. Parallelamente, secondo l’Alto Consiglio di Stato, il patto non include alcun riferimento esplicito agli accordi siglati con Ankara il 27 novembre 2019, i quali, pertanto, non subiscono modifiche. Anche il ministro della Difesa del GNA, Salah Eddine al-Nimroush, è intervenuto a tal proposito. Nello specifico, in una dichiarazione del 25 ottobre, il ministro ha affermato che il proprio governo non porrà fine alla collaborazione militare e in materia di sicurezza stabilita in precedenza con Ankara. Al contrario, Tripoli si impegna a continuare a cooperare con l’alleato turco, soprattutto in merito ai programmi di formazione e addestramento, i quali, a detta di al-Nimroush, continuano ad essere necessari.

Le parole di al-Nimroush, sembrano, però, contraddire l’articolo 2 dell’accordo di Ginevra, in base al quale è previsto non solo lo smantellamento di milizie straniere, ma altresì l’interruzione di qualsiasi accordo militare e di addestramento congiunto raggiunto con attori stranieri, fino a quando non verrà nominato un nuovo organo esecutivo, il quale dovrà prendere decisioni anche in materia di sicurezza e, potrà, eventualmente, decidere di continuare le precedenti alleanze per salvaguardare le regioni liberate da unità militari e gruppi armati.

Il 23 ottobre, le delegazioni libiche rivali, riunitesi a Ginevra nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5, hanno ufficialmente siglato un accordo di cessate il fuoco permanente in tutta la Libia. A darne notizia, la Missione di Sostegno delle Nazioni Unite (UNSMIL) ed il suo inviato speciale ad interim, Stephanie Williams, la quale ha monitorato l’intero ciclo di colloqui, iniziato il 19 ottobre. 

Quello di Ginevra è stato definito dalle Nazioni Unite “un risultato storico”, mentre per l’Alto Consiglio si tratta di un accordo tra “l’autorità legittima” e una “forza ribelle che ha cercato di salire al potere con la forza”, con riferimento all’esercito di Haftar. Tuttavia, ha specificato il Consiglio filo-tripolino, aver siglato un cessate il fuoco non significa aver legittimato “l’aggressore”, che, al contrario, dovrà essere punito per i crimini perpetrati.

Secondo quanto riportato da al-Arabiya, l’accordo è stato accolto e lodato da diversi attori regionali ed internazionali, ad eccezione della Turchia, la quale avrebbe “minimizzato” il risultato raggiunto e messo in dubbio la fattibilità e la credibilità dell’intesa. A detta di alcuni analisti, tale atteggiamento riflette i fastidi e i timori di Ankara che, con il cessate il fuoco di Ginevra ed i diversi punti stabiliti, potrebbe assistere a cambiamenti per essa sfavorevoli nel panorama libico, in opposizione ai propri interessi e risultati raggiunti sino ad ora.

Di fronte a tale scenario, la stessa Williams si è detta disposta a contrastare tutti coloro che cercheranno di ostacolare la tregua. Parallelamente, il 26 ottobre, l’inviata speciale ha annunciato ufficialmente l’inizio delle consultazioni politiche tra le parti libiche, che si prevede culmineranno con un incontro “diretto” che si svolgerà in Tunisia il 9 novembre prossimo. Come riferito da Stephanie Williams, i partecipanti al Forum tunisino, il cui focus è il “dialogo politico”, saranno 75 e verranno selezionati sulla base dei “principi di inclusività e rappresentanza geografica, politica, tribale”, in modo da dare voce a tutte le componenti del panorama libico. Vi saranno, pertanto, delegati della Camera dei rappresentanti di Tobruk e del Consiglio supremo di Stato, oltre alle forze politiche attive al di fuori delle due istituzioni.

A detta dell’inviata, l’obiettivo generale del “Libyan Political Dialogue Forum” è raggiungere il consenso sulla formazione di un’autorità esecutiva unificata e sugli accordi necessari per tenere elezioni nazionali nel più breve tempo possibile, al fine di ripristinare la sovranità della Libia e dare legittimità democratica alle istituzioni libiche. Si tratterà di “un dialogo globale intra-libico, tenuto sulla base dei risultati della Conferenza di Berlino, approvati dal Consiglio di Sicurezza nelle Risoluzioni 2510 (2020) e 2542 (2020)”.

Il fine ultimo dell’ampia mobilitazione diplomatica in corso dal 21 agosto, data dell’annuncio della tregua da parte del premier di Tripoli, Fayez al-Sarraj, e dal presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, è porre fine ad una situazione di grave instabilità che caratterizza la Libia dal 15 febbraio 2011, data di inizio della rivoluzione e della guerra civile.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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