Iraq: dopo un anno, la popolazione di nuovo in piazza

Pubblicato il 26 ottobre 2020 alle 8:26 in Iraq Medio Oriente

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Centinaia di cittadini iracheni si sono radunati nel centro della capitale Baghdad e di altre città nel Sud dell’Iraq, ad un anno di distanza dalle proteste che hanno caratterizzato il Paese, iniziate nel mese di ottobre 2019. Per la popolazione, le richieste avanzate non sono state ancora soddisfatte.

Come riportato da al-Jazeera, nella giornata del 25 ottobre gruppi di manifestanti hanno occupato piazza Tahrir, a Baghdad, luogo simbolo dell’ampia mobilitazione dei mesi scorsi, esattamente dopo un anno dall’inizio della seconda ondata di proteste, iniziata il 25 ottobre 2019. I cittadini si sono radunati anche nei dintorni della cosiddetta Green Zone, un’area fortificata sede di ambasciate e, oltre alla capitale, anche Nassiriya, Babilonia, Wasit e Bassora hanno assistito a movimenti di protesta. Ora come un anno fa, le forze di sicurezza sono intervenute per disperdere la folla di manifestanti, impiegando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua, con il fine di impedire ai cittadini di oltrepassare le recinzioni poste intorno agli edifici amministrativi e governativi. “Il nostro sangue, le nostre anime, noi le sacrifichiamo per te, Iraq”, è stato uno degli slogan inneggiato nella capitale dai cittadini in marcia verso piazza Tahrir. “Oggi è un giorno importante poiché segna un anno dal 25 ottobre 2019 e dalla nostra rivoluzione, per la quale abbiamo donato il nostro sangue e sacrificato molti martiri”, ha affermato un manifestante di 24 anni, residente a Dhi Qar.

Tra le richieste principali di un anno fa vi erano le dimissioni del governo, del Parlamento e del capo di Stato, così come elezioni anticipate sotto l’egida delle Nazioni Unite, una nuova legge elettorale e l’istituzione di un tribunale speciale per i casi di corruzione. I movimenti di protesta hanno provocato la caduta del precedente governo e la successiva nomina di Mustapha al-Kadhimi, il premier più giovane dall’istituzione dello Stato iracheno, il cui mandato ha avuto inizio il 6 maggio scorso.

Stando a quanto riportato da al-Jazeera, le manifestazioni sono divenute un movimento decentralizzato a livello nazionale. Le richieste, però, sono le stesse dappertutto e riguardano la revisione del sistema politico, le dimissioni di una classe politica non solo corrotta ma anche più fedele all’Iran e agli Stati Uniti che ai cittadini iracheni. Non da ultimo, i manifestanti hanno chiesto punizioni per coloro che hanno “ucciso, rapito, torturato e arrestato attivisti” nel corso degli ultimi mesi. “Deve essere fatta giustizia e continueremo a scendere in piazza fino a quando ciò non avverrà”, ha dichiarato un manifestante.

I manifestanti ritengono che le loro richieste non siano state ancora soddisfatte, nonostante i cambiamenti apportati a livello governativo e gli sforzi profusi da al-Kadhimi per riconquistare la fiducia dei cittadini e, al contempo, salvaguardare la sicurezza e la sovranità del Paese. A tal proposito, più parti hanno evidenziato come il nuovo governo debba ancora attuare importanti riforme, riguardanti nuove elezioni, lo sviluppo economico, i servizi di base e nuove opportunità di lavoro. La Banca mondiale afferma che un giovane su tre è disoccupato. Non da ultimo, nel corso dell’ultimo anno, l’Iraq è stato anche testimone di una serie di omicidi e sparizioni forzate di giornalisti e attivisti politici, i cui responsabili sono ancora impuniti. “Continueremo le nostre proteste fino a quando non vedremo il cambiamento che vogliamo” sono state le parole di uno dei cittadini scesi in piazza.

Risale al 23 maggio il report pubblicato dalla Missione dell’Onu in Iraq (UNAMI), in cui sono stati documentati 99 casi di sequestro e sparizione, riguardanti 123 vittime, 25 delle quali tuttora disperse, connessi ai movimenti di protesta e repressione. Oltre ai 99 rapimenti, alle circa 500 persone uccise e a quasi 8.000 feriti, vi sono stati cittadini uccisi da gruppi armati non identificati, lontano dalle arene di protesta, o che sono stati feriti nel corso del periodo di rapimento e detenzione da parte dei medesimi autori. Secondo alcuni agenti e politici iracheni, i manifestanti potrebbero essere stati attaccati da gruppi filoiraniani, mentre per altri membri del governo potrebbe essersi trattato di bande criminali, sebbene tale ultima ipotesi sia stata scartata dall’Onu, vista l’assenza di riscatti o altri moventi di natura criminale.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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