Libia: i primi dubbi sul cessate il fuoco

Pubblicato il 25 ottobre 2020 alle 19:50 in Africa Libia

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Il portavoce dell’Esercito libico del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, Mohammed Gununu, ha dichiarato, il 24 ottobre, di non fidarsi di una soluzione pacifica che include “la vittima e il carnefice”. Parallelamente, Ahmed Al Mismari, il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), con a capo il generale Khalifa Haftar, ha affermato che il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, stia mettendo a repentaglio il cessate il fuoco raggiunto in Libia il 23 ottobre.

Parlando a nome delle forze di Tripoli, Gununu ha esortato la Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ad inviare un team di monitoraggio dell’Onu a Sirte e ad Al-Jufra per controllare l’effettivo abbandono dei due siti da parte dei mercenari che li stanno utilizzando come base. Il portavoce dell’Esercito del GNA ha affermato di non fidarsi delle capacità delle milizie di Haftar di poter far uscire dalla Libia gli oltre 5.000 mercenari provenienti da Russia, Siria, Sudan e Chad. In particolare, Gununu sarebbe preoccupato per i mercenari russi del gruppo Wagner che, a sua detta, starebbero istituendo accampamenti militari proprio a Sirte e ad Al-Jufra.

Oltre allo scetticismo riguardante i mercenari, Gununu ha affermato che il cessate il fuoco dovrebbe garantire che i colpevoli della guerra a Tripoli siano portati di fronte alla giustizia, con particolare riferimento al generale Haftar, che aveva ordinato l’attacco contro Tripoli del 4 aprile 2019, protrattosi fino al 4 giugno dell’anno successivo, quando il GNA con l’aiuto della Turchia, suo maggiore alleato, ha respinto le forze del LNA. Oltre a questo, Gununu ha anche richiesto un’investigazione dell’Onu sulle fosse comuni trovate a Tarhuna, rivolgendo un appello ai familiari delle vittime affinché denuncino alla giustizia la perdita dei propri cari.

Dall’altro lato, parlando a nome delle forze del LNA, Al-Mismari ha criticato Erdogan, il quale ha dichiarato che i dialoghi mediati dall’Onu per il cessate il fuoco del 23 ottobre “non sembrerebbero essere affidabili”, in quanto l’accordo non sarebbe stato raggiunto tra i massimi rappresentanti delle fazioni belligeranti e ha aggiunto che solo il tempo dimostrerà quanto reggerà l’accordo. Al-Mismari ha fatto notare che la prima reazione negativa al cessate il fuoco è arrivata dalla Turchia che ha così da subito messo a rischio l’accordo.

Lo scorso 23 ottobre, le delegazioni libiche rivali, ovvero LNA e GNA, riunitesi a Ginevra nel quadro del Comitato militare congiunto 5+5 dal 19 ottobre scorso, hanno ufficialmente siglato un accordo di cessate il fuoco permanente in tutta la Libia.  Il Comitato militare congiunto è formato da cinque rappresentanti del LNA e da altrettanti membri del GNA e si tratta di uno dei risultati della cosiddetta conferenza di Berlino, il meeting svoltosi il 19 gennaio scorso, in cui diversi attori a livello internazionale hanno discusso delle eventuali strade da seguire per risolvere il conflitto e la crisi in Libia.

Il cessate il fuoco in Libia era stato annunciato lo scorso 21 agosto dal premier GNA, Fayez Al-Sarraj, e dal presidente della Camera dei Rappresentanti del governo di Tobruk, Aguila Saleh. Da allora, gli sforzi per raggiungere una soluzione politica al conflitto libico e fornire una nuova forma di governo unitaria si sono intensificati fino ad arrivare ai risultati del 23 ottobre.

La Libia è teatro di una lunga guerra civile iniziata il 15 febbraio 2011 a cui ha fatto seguito, nell’ottobre dello stesso anno, la caduta del regime dittatoriale di Muammar Gheddafi. Da tale evento in poi, il Paese non è mai riuscito a realizzare una transizione democratica e, al momento, vede il fronteggiarsi delle milizie del GNA e di quelle del LNA. Il GNA di al-Sarraj è il governo ufficialmente riconosciuto dall’Onu in Libia, è nato il 17 dicembre 2015 con gli accordi di Skhirat, firmati in Marocco e poi scaduti il 17 dicembre 2017 ed è stato formalmente appoggiato da Italia, Qatar e Turchia. Le forze del LNA, vicine al governo di Tobruk con a capo Aguila Saleh, a livello internazionale sono, invece, sostenute da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Francia e Russia.

Al momento, la città di Sirte, insieme alla base aerea di Al-Jufra, rappresentano l’ultimo fronte di combattimento in cui si erano esacerbate le tensioni tra GNA e LNA e i rispettivi alleati prima del cessate il fuoco. Entrambe le postazioni sono state più volte rivendicate dal governo Al-Sarraj e dal suo maggior alleato, la Turchia, che, prima del cessate il fuoco, avevano posto la loro liberazione da parte di Haftar come presupposto per raggiungere una tregua. Al contrario, l’Egitto e la Russia, alleati del LNA, avevano affermato che Sirte e Al-Jufra rappresentassero una “linea rossa” da non superare e, a tal proposito, lo scorso 20 luglio, il Parlamento egiziano aveva approvato all’unanimità una disposizione che autorizza lo schieramento delle proprie truppe fuori dai confini nazionali, dimostrando la prontezza de Il Cairo ad intervenire se necessario.

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Camilla Canestri

di Redazione

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