Immigrazione: continuano i viaggi della morte nel Mediterraneo

Pubblicato il 25 ottobre 2020 alle 7:45 in Immigrazione Libia Turchia

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Tra il 20 e il 23 ottobre, si sono verificati un naufragio con 15 vittime al largo della Libia e un recupero di 232 migranti a largo della Turchia, dopo che avevano avuto problemi in mare, mentre cercavano di raggiungere le isole greche. 

Il primo episodio si è verificato martedì 20 ottobre, quando almeno 15 persone sono morte in un naufragio al largo delle coste libiche e 5 sono sopravvissute e sono state portate a riva un gruppo di pescatori, secondo quanto riportato dall’Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, l’IOM. La loro imbarcazione si è capovolta al largo delle coste libiche, vicino alla città di Sabratha. Il capo della missione dell’OIM in Libia, Federico Soda, ha aggiunto che altri 70 individui, forse di più, sono stati intercettati e riportati in Libia dalla guardia costiera nei giorni successivi.

Invece, il 23 ottobre, dall’altra parte del Mediterraneo, la guardia costiera turca ha salvato 232 migranti e rifugiati in un solo giorno. Questi stavano cercando di raggiungere le isole greche, su diverse imbarcazioni. Secondo le autorità turche si tratta della più grande operazione fino a questo momento. Questa è avvenuta al largo della costa di Marmaris, dove sono state soccorse 121 persone a rischio naufragio, la maggior parte delle quali di nazionalità siriana, comprese donne e bambini. Altri 76 migranti sono stati recuperati al largo di Data e vicino alla costa di Bodrum. Secondo le autorità di Ankara, i migranti erano stati respinti dalla guardia costiera greca. Tutti gli individui in questione sono stati trasferiti in centri di identificazione e accoglienza turchi. 

Il fenomeno migratorio contribuisce enormemente all’instabilità della regione del Mediterraneo. La Libia è un Paese di partenza per i migranti che tentano di raggiungere l’Europa. Nel disperato tentativo di lasciare il Paese nordafricano, gruppi di persone intraprendono viaggi pericolosi, rischiando la propria vita su gommoni spesso inadatti alla navigazione, pagando la tratta a caro prezzo. Questi spostamenti sono solitamente organizzati da reti di criminali esperti in contrabbando che operano nella regione, con ingenti guadagni. In alcuni casi, la guardia costiera libica ha collaborato con questi trafficanti. In numerosi casi, la stessa istituzione ha intercettato le imbarcazioni e ha riportato i migranti in Libia, dove questi sono sottoposti a trattamenti disumani e sono rimasti in attesa di essere nuovamente inseriti in questo racket criminale. Finora, durante il 2020, circa 10.000 persone sono state intercettate e riportate in territorio libico, nonostante la guerra in corso e la situazione di sfruttamento dei bisogni dei migranti, secondo l’OIM.

A tale proposito, un report di Amnesty International, intitolato “Tra la vita e la morte”, è stato pubblicato il 23 settembre. Il documento evidenzia le violazioni dei diritti umani subite dai migranti e rifugiati soccorsi nel Mediterraneo, che vengono riportati in Libia. Secondo il report, questi individui “sono intrappolati in un ciclo di gravi violazioni dei diritti umani e abusi tra cui detenzioni arbitrarie prolungate e altre privazioni illegali della libertà”. In 58 pagine, il documento analizza la crisi nel Paese Nordafricano e si conclude con una serie di raccomandazioni per le autorità locali, i gruppi che di fatto controllano il territorio, per il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli, per l’Unione Europea e per i suoi Stati membri. “Per interrompere il ciclo di abusi, l’UE e i suoi Stati membri devono riconsiderare la loro cooperazione con la Libia sulla migrazione, subordinando qualsiasi ulteriore sostegno all’azione immediata per fermare orribili abusi contro rifugiati e migranti”, ha scritto Amnesty.

Per quanto riguarda la Turchia, invece, il tema della migrazione rimane una potente arma nelle mani di Ankara per ricattare l’Europa ed è stata una delle prime cause recenti di tensioni con la Grecia, fino all’aumento esponenziale avvenuto a causa delle rivendicazioni nel Mediterraneo Orientale. Rimanendo sul tema dell’immigrazione, è importante ricordare che 18 marzo 2016, la Turchia e l’Unione Europea avevano siglato un accordo in cui Ankara aveva accettato di bloccare il flusso di rifugiati e migranti verso l’Europa in cambio di 6 miliardi di euro di aiuti. Il governo turco, tuttavia, ha affermato di aver ricevuto solo una parte del sostegno finanziario promesso. Di conseguenza, a seguito di un attacco contro le postazioni militari turche in Siria e dell’aumento dei rifugiati siriani verso il confine con la Turchia, il 29 febbraio del 2020, il presidente di Ankara, Recep Tayyip Erdogan, ha dato l’ordine di aprire le frontiere e di non bloccare più i migranti, soprattutto siriani.

A seguito di tale crisi migratoria, particolarmente grave per la Grecia, l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri è stato incaricato di tenere colloqui con il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavosuglu, per trovare il modo di ripristinare l’accordo del 2016. Da parte sua, Erdogan ha avviato i negoziati con il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e il presidente della Commissione Europea, Ursula Von Der Leyen. La Turchia, che ospita già 3.7 milioni di rifugiati siriani, ha affermato di non poterne più accogliere, tuttavia sul tema ci sono stati avvicinamenti e tensioni, che sono risultate estremamente pesanti per la Grecia, che ha visto aumentare l’arrivo di migranti, all’inizio di una crisi pandemica e con poche strutture e risorse per poter gestire la situazione. 

In questo contesto si sono poste le basi per una catastrofe umanitaria come l’incendio presso il più grande campo profughi d’Europa, quello di Moria, situato sull’isola di Lesbo, che si è verificato il 9 settembre. Tale evento ha lasciato circa 12.000 migranti e rifugiati senza un tetto, riportando i riflettori sulle politiche migratorie dell’UE. La Commissione Europea ha quindi lanciato una nuova proposta per superare il sistema di Dublino e garantire una ridistribuzione dei migranti all’interno dell’Unione Europea. Il piano è stato presentato il 23 settembre e prevede un meccanismo di “solidarietà obbligatoria” e una conseguente divisione degli oneri, almeno finanziari, in tale ambito.

Tuttavia, la proposta è stato fortemente criticata poiché, per i progressisti, non è abbastanza. Una delle questioni è la possibilità di rimpatriare i migranti, in periodi di emergenza migratoria. Per alcuni conservatori e per gli Stati più duri sul tema e meno disponibili a venire a patti, la proposta della Commissione è invece eccessiva. Il documento deve ancora essere approvato dal Parlamento Europeo e alcuni Paesi membri, specialmente quelli dell’Est Europa, si sono già opposti. Il nuovo piano per l’immigrazione era stato presentato a seguito del devastante incendio del 9 settembre nel campo profughi di Moria, il più vasto d’Europa, situato sull’isola greca di Lesbo. Tale evento ha lasciato circa 12.000 migranti e rifugiati senza un tetto, riportando i riflettori sulle politiche migratorie dell’UE. 

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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