NATO in Afghanistan: colloqui di pace “fragili” e scontri in 24 province

Pubblicato il 24 ottobre 2020 alle 7:15 in Afghanistan Asia

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Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha dichiarato che i colloqui intra-afghani a Doha, in Qatar, sono “fragili” e che la presenza delle forze armate internazionali nel Paese dipende da una serie di condizioni. Intanto, si registrano scontri in 24 province afghane. 

Il 23 ottobre si è tenuto il secondo giorno di incontri tra i ministri della Difesa dei Paesi della NATO, in cui si è discusso nello specifico della situazione in Afghanistan. In tale occasione, Stoltenberg ha fatto riferimento ad un “recente attacco alle forze della NATO a Kandahar”, affermando che questo indica che la situazione nel Paese rimane complessa. A tale proposito sappiamo solo che, il 22 ottobre, il Ministero della Difesa afgano ha reso noto che i talebani hanno esteso i loro attacchi a 24 province nelle precedenti 24 ore, tra cui anche la provincia di Kandahar.

Le fonti locali non riescono a riportare notizie precise riguardo alla situazione sul campo in tutte le aree interessate dalle violenze tra militanti e governo afghano. Tuttavia, le province in questione sono raggruppate in quattro macro-aree, che coprono buona parte del Paese. Scontri sono stati riportati a Nord-Est nella provincia di Badakhshan, Takhar, Kunduz, Baghlan e poi a Laghman. Nel centro del Paese, le violenze hanno interessato la provincia di Uruzgan e nel centro-Est si sono rilevati scontri a Paktia, Paktika e Ghazni, Logar, Maidan Wardak. Anche il centro-Ovest dell’Afghanistan è stato particolarmente colpito dagli scontri, precisamente nelle province di Herat, Farah, Badghis,  Faryab, Sar-e-Pul. Infine, a Sud, si sono registrati combattimenti con i talebani ad Helmand, Kandahar, Zabul e Nimroz. In quest’ultima provincia, almeno 20 membri dell’Esercito Nazionale Afghano sono stati uccisi, la sera del 22 ottobre, in un attacco dei militanti islamisti nel distretto di Khashrod. 

Tale situazione fa pensare che gli scontri sul campo non siano imputabili a piccole frange dei talebani fuori controllo, bensì che si tratti di operazioni messe in atto da più e diversi gruppi, che non è certo siano formate unicamente da talebani. A tale proposito è nota la collaborazione tra i talebani ed al-Qaeda nel Sud del Paese, specialmente in riferimento ad al-Qaeda del Subcontinente Indiano (AQIS).  Un’altra opzione è che i talebani che sono impegnati nelle fasi preliminari dei colloqui di pace in Qatar siano d’accordo con le offensive e vogliano utilizzare le conquiste sul campo per avere ulteriore margine di trattativa durante i negoziati con il governo di Kabul, se questi dovessero continuare come previsto. Il dialogo intra-afghano è stato inaugurato il 12 settembre, ma al momento le parti stanno trovando difficoltà ad accordarsi sulle regole procedurali e non hanno ancora definito un ordine del giorno per i veri e propri colloqui di pace. 

“Come parte del processo di pace, la NATO ha modificato la sua presenza militare in Afghanistan. E la nostra presenza è basata su alcune condizioni. Eventuali aggiustamenti futuri devono dipendere dai progressi nei colloqui di pace e dalle condizioni sul campo”, ha affermato Stoltenberg, collegando strettamente un eventuale ritiro ad una cessazione delle violenze. Il segretario generale ha aggiunto che i colloqui di Doha rappresentano un’opportunità storica per la pace in Afghanistan. Tuttavia la NATO continua a mettere la lotta al terrorismo in cima alla propria agenda. In tale contesto, rimane fermo il sostegno al processo di pace in Afghanistan. Secondo Stoltenberg, “i colloqui di Doha sono fragili”, ma rimangono la migliore possibilità di pace per il Paese. “I talebani devono ridurre i livelli inaccettabili di violenza per aprire la strada a un cessate il fuoco”, ha aggiunto il segretario della NATO. “Devono rompere tutti i legami con al-Qaeda e con le altre organizzazioni terroristiche in modo che l’Afghanistan non diventi mai più una piattaforma per l’organizzazione di attacchi terroristici contro i nostri Paesi”, ha affermato. 

I negoziati di Doha sono stati resi possibili da un accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato in Qatar, il 29 febbraio. Sulla base di tale intesa, la Casa Bianca si è impegnata a ridurre le proprie truppe in Afghanistan e a concludere il ritiro totale entro 14 mesi dalla firma dell’accorso. Tra le altre condizioni, nella stessa occasione, gli USA avevano negoziato con i talebani anche il rilascio di 5.000 prigionieri loro affiliati dalle carceri afgane, come condizione preliminare per la partecipazione del gruppo ai colloqui di pace con il governo di Kabul. Una buona riuscita dei negoziati avrebbe rappresentato una determinante conquista diplomatica dell’amministrazione del presidente USA, Donald Trump, in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del prossimo 3 novembre. 

Il 7 ottobre, Trump, aveva annunciato che i soldati statunitensi in Afghanistan torneranno a casa entro Natale. “Il piccolo numero che rimane di nostri coraggiosi uomini e donne che servono in Afghanistan dovrebbero essere a casa entro Natale!”, ha scritto il presidente degli USA in un post su Twitter. Ore dopo l’annuncio di Trump, il suo consigliere per la Sicurezza Nazionale, Robert O’Brien, ha dichiarato che Washington ridurrà le sue forze in Afghanistan a 2.500, entro l’inizio del prossimo anno. Tuttavia, non ha fatto riferimento ad un ritiro completo delle forze armate. A seguito di ingenti conquiste dei talebani nella provincia di Helmand, pochi giorni dopo, con precisione il 12 ottobre, gli USA hanno lanciato attacchi aerei contro i militanti nella provincia, a supporto delle forze governative afghane. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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