Trump annuncia la normalizzazione tra Sudan e Israele

Pubblicato il 23 ottobre 2020 alle 20:44 in Sudan

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che il Sudan e Israele hanno deciso di normalizzare le relazioni, il 23 ottobre. La decisione è stata definita dai palestinesi come una “nuova pugnalata alle spalle”.

Trump, è in corsa per le prossime elezioni presidenziali del 3 novembre, ha finalizzato l’accordo in una telefonata con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, e il capo del Consiglio di Transizione del Sudan, Abdel Fattah al-Burhan. “I leader hanno acconsentito alla normalizzazione delle relazioni tra Sudan e Israele e a mettere fine allo stato di belligeranza tra le loro nazioni”, si legge in una dichiarazione congiunta rilasciata dai tre Paesi. Trump ha aggiunto che si aspetta che i palestinesi e altre nazioni, inclusa l’Arabia Saudita, acconsentano a stringere legami più stretti con Israele nei prossimi mesi. Khartoum è ora il terzo governo arabo a normalizzare i rapporti con Israele negli ultimi due mesi, dopo Emirati Arabi Uniti e Bahrein.

Parlando a Ramallah, in Cisgiordania, il funzionario dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Wasel Abu Youssef, ha affermato che la decisione del Sudan di normalizzare le relazioni con Israele è stata una “nuova pugnalata alle spalle” per i palestinesi. “L’adesione del Sudan al gruppo che ha normalizzato i legami con lo Stato occupante israeliano rappresenta una nuova pugnalata alle spalle per il popolo palestinese e un tradimento della sua giusta causa”, ha aggiunto. La decisione dello Stato africano di seguire gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein “non scuoterà la fede dei palestinesi nel continuare la loro lotta”. Nella Striscia di Gaza, Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, che vedeva nel Sudan un alleato, ha dichiarato che il Paese ha fatto un passo nella “direzione sbagliata”.

Parlando di fronte ai giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha chiesto a Netanyahu – che era in viva voce – se credeva che Joe Biden, il suo avversario democratico, che ha chiamato “Sleepy Joe”, sarebbe stato all’altezza di un simile accordo. Netanyahu ha risposto: “Una cosa che posso dirti è che apprezziamo l’aiuto per la pace da chiunque in America e apprezziamo enormemente quello che hai fatto”. L’annuncio della normalizzazione arriva dopo che una delegazione israeliana ha visitato il Sudan per discutere proprio di questo tema, il 22 ottobre. Anche fonti israeliane, parlando in condizioni di anonimato, hanno confermato la visita.

Il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, aveva più volte ribadito che la normalizzazione delle relazioni con Israele sarebbe avvenuta una volta che il Parlamento di transizione, ancora da formare, avesse approvato la decisione. Questo perché, secondo quanto specificato dal premier, la sua amministrazione, essendosi instaurata in seguito alla caduta dell’ex presidente Omar al-Bashir e non essendosi ancora democraticamente legittimata, non possiede il potere di adottare una misura simile. L’esecutivo sudanese, attualmente presieduto da Hamdok, dovrebbe portare il Paese alle urne nel 2022, in modo che Khartoum possa dotarsi di un governo democraticamente eletto.

Tuttavia, le pressioni degli USA hanno portato il Sudan a prendere questa decisione in ogni caso. A tale proposito, si ricorda che il segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, il 21 ottobre, aveva avviato la rimozione del Paese africano dalla lista di Stati sponsor del terrorismo. Gli Stati Uniti avevano inserito il Sudan nell’elenco di Paesi sospettati di essere sponsor del terrorismo nel 1993, quattro anni dopo la presa di potere da parte del presidente, ormai deposto, Omar al-Bashir, accusando il suo governo di sostenere il terrorismo e di dare rifugio al leader di al-Qaeda, Osama bin Laden. Washington ha accusato Khartoum di fornire sostegno logistico e finanziario al gruppo jihadista e di averlo aiutato a bombardare le ambasciate statunitensi di Dar Es Salaam, in Tanzania, e Nairobi, in Kenya, nel 1998, oltre ad aver collaborato nell’attentato contro la nave USS Cole, al largo del porto di Aden, nel 2000. Gli USA, per queste e altre ragioni, hanno imposto anche sanzioni economiche e commerciali contro il Sudan, alleviate solo durante l’ultima presidenza di Barack Obama, nel 2017.

In cambio della rimozione dalla lista, il governo di transizione del Sudan ha accettato di pagare 335 milioni di dollari alle vittime degli attacchi alle ambasciate e al cacciatorpediniere statunitense. La misura spianerebbe la strada al governo di Khartoum per cercare di ottenere i prestiti del Fondo monetario internazionale e di prendere parte all’iniziativa della Banca Mondiale per i Paesi poveri fortemente indebitati (HIPC), attraendo investimenti che potrebbero risanare le casse, gravemente impoverite, dello Stato sudanese. L’economia del Paese africano ha subito un duro colpo quando il Sud Sudan è diventato indipendente, nel 2011, portando con sé i tre quarti della produzione petrolifera del Sudan.

Intanto, la situazione nei territori palestinesi – che comprendono Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est annessa ad Israele – rimane immutata. Tali territori sono considerati sotto occupazione militare israeliana da parte delle Nazioni Unite e sono quindi soggetti alla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto dalla comunità internazionale nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini dei territori e la maggioranza dell’area in cui vive la popolazione palestinese. Un muro di separazione, lungo 570 km e costruito dalle autorità israeliane a partire dal 2002, segue la cosiddetta Linea Verde e divide i territori palestinesi da quelli israeliani, secondo le frontiere precedenti alla guerra del 1967. 

Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale legalità di qualsiasi futura annessione. Al momento, i territori palestinesi sono regolati dagli Accordi di Oslo del 1993, che sanciscono che la Cisgiordania è divisa in 3 settori amministrativi: le aree A, B e C. L’area A è sotto il pieno controllo civile dell’Autorità Palestinese e rappresenta circa il 18% della Cisgiordania. L’area B viene amministrata in modo congiunto da Israele e Palestina ed è circa il 22% del territorio palestinese. Infine, l’area C, sotto il pieno controllo israeliano, ammonta al 61% della Cisgiordania. 

Nella Striscia di Gaza si registra la situazione senza dubbio più critica. Qui è in vigore un embargo che dura da oltre un decennio e che ha portato i due terzi della popolazione a vivere in condizioni estremamente difficili, sollevate solo dagli scarsi aiuti umanitari che riescono a entrare nell’area. Le Nazioni Unite hanno avvertito che il blocco israeliano è responsabile per aver provocato una situazione umanitaria “catastrofica”. Israele, da parte sua, giustifica il blocco imposto su Gaza, sostenendo che esso è necessario per isolare Hamas, contro il quale ha combattuto tre guerre dal 2008. Oggi, ben oltre 2 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, in un’area di appena 365 km², senza poter uscire dall’enclave, che è chiusa da confini israeliani ed egiziani. L’ONU afferma che oltre il 90% dell’acqua non è potabile e che i residenti della Striscia sopravvivono con meno di 12 ore di elettricità al giorno.  

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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