Siria: uccisa l’autorità religiosa di Assad

Pubblicato il 23 ottobre 2020 alle 9:50 in Medio Oriente Siria

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Il mufti di Damasco, Sheikh Mohammad Adnan Afyouni, è stato ucciso, nella sera del 22 ottobre, a seguito di un attentato perpetrato a Qudsaya, nella periferia della capitale siriana. Nel frattempo, il governatorato Nord-occidentale di Idlib continua ad assistere ad episodi di tensione.

Come riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, l’esplosione dell’auto su cui viaggiava Afyouni ha scosso l’intera città di Qudsaya. Fonti locali hanno riferito ad al-Araby al-Jadeed che l’esplosione è avvenuta nelle vicinanze della moschea di Al-Sahaba, circondata da postazioni della cosiddetta “Guardia repubblicana”, posti al controllo dell’area.

L’autorità religiosa, legata al governo del presidente siriano, Bashar al-Assad, è stata inclusa tra gli studiosi religiosi più rilevanti della Siria e dell’intero mondo islamico, oltre ad essere stata definita “la voce della verità e della moderazione”. Dal 2013, rivestiva il ruolo di mufti, il più alto ufficiale della legge religiosa islamica, a Damasco e nelle aree circostanti alla capitale, oltre ad essere supervisore generale dell’International Islamic Cham Center per la lotta all’estremismo e al terrorismo e presidente del Comitato di riconciliazione a Qudsaya.

Secondo alcune fonti, il mufti aveva negoziato, sia segretamente sia apertamente, con i gruppi di opposzione di Damasco, giungendo alla maggior parte degli accordi di riconciliazione e transazione, e ha svolto un ruolo rilevante anche nelle operazioni di riconciliazione con i ribelli a Sud della capitale. Il 12 settembre 2016, il presidente Assad partecipò inaspettatamente alla preghiera per le celebrazioni di Aid al-Adha presso la moschea Saad bin Moaz nella città di Daraya, dopo circa tre settimane dall’entrata dell’esercito siriano nell’area, consentito da un accordo con i gruppi locali. In tale occasione, la madre di Afyouni dichiarò: “Daraya, non hai altra scelta che riconciliarti e abbandonare la lotta”.

Nessun gruppo ha ancora rivendicato l’attentato del 22 ottobre. Incidenti simili sono diventati rari a Damasco, dopo che le forze governative sono riuscite, dal 2018, a controllare i quartieri della capitale che erano sotto il controllo dell’ISIS, così come il Ghouta Est, che per anni è stata la roccaforte più rilevante dei gruppi dell’opposizione.

Nel frattempo, il perdurante conflitto siriano non può dirsi ancora concluso. L’ultima regione posta ancora sotto il controllo dei ribelli è Idlib, governatorato situato nel Nord-Ovest della Siria. Il 5 marzo scorso, il presidente russo, Vladimir Putin, ed il suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, hanno concordato una tregua volta a porre fine alla violenta offensiva allora in corso e a favorire il ritorno di sfollati e rifugiati. Tuttavia, “violazioni” alla tregua, seppure sporadiche, non sono mai mancate.

In particolare, come riportato da al-Araby al-Jadeed, sulla base delle testimonianze di fonti locali, il 22 ottobre un civile è stato ucciso ed altri 5 sono rimasti feriti a seguito di un attacco condotto contro il villaggio di Kansafra, nella periferia di Jabal Al-Zawiya, nel Sud di Idlib. Le fonti hanno sottolineato che i bombardamenti hanno preso di mira anche i villaggi di Al-Fateera e Al-Sufuhn, anch’essi situati a Jabal Al-Zawiya, e la città di Ziyarah, a Nord-Ovest di Hama. Nel frattempo, voli di ricognizione russi e dell’esercito siriano hanno sorvolato i cieli della regione.

Anche le Nazioni Unite hanno affermato che le ostilità nel Nord-Ovest della Siria continuano, nonostante l’accordo del 5 marzo. Per tale ragione, il portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, ha esortato le parti coinvolte nel conflitto a stabilire un cessate il fuoco in tutto il Paese. Le parole di Dujarric sono giunte dopo che il team del Response Coordination Group ha documentato almeno 3.174 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco nel Nord-Ovest della Siria, dal 5 marzo, che hanno causato l’uccisione di almeno 33 civili, oltre ad aver preso di mira più di 17 “infrastrutture vitali”. Tale scenario ha portato i residenti di Idlib a guardare l’accordo con scettiscismo, viste le innumerevoli iniziative naufragate negli ultimi anni. La popolazione siriana teme che presto assisterà a nuove offensive e alla ripresa di un’escalation da inserirsi nella cornice del perdurante conflitto, scoppiato il 15 marzo 2011.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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