Delegazione israeliana in visita in Sudan: spinta alla normalizzazione dei rapporti

Pubblicato il 23 ottobre 2020 alle 11:36 in Israele Sudan

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Una delegazione israeliana ha visitato il Sudan per discutere della normalizzazione delle relazioni tra Khartoum e Tel Aviv. Il viaggio ha rafforzato i sospetti secondo cui Israele, dopo Emirati Arabi Uniti e Bahrein, sarebbe prossimo a concludere un nuovo accordo di pace con il Paese arabo-africano.

“Una delegazione israeliana, insieme ad alcuni funzionari statunitensi, ha visitato Khartoum e ha incontrato il presidente del Consiglio Sovrano di Transizione, il generale Abdel Fattah al-Burhan, per colloqui su una normalizzazione dei legami tra Sudan e Israele”, ha dichiarato una fonte del governo sudanese. Anche fonti israeliane, parlando in condizioni di anonimato, hanno confermato la visita.

Il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, ha più volte ribadito che la normalizzazione delle relazioni con Israele avverrà una volta che il Parlamento di transizione, ancora da formare, approverà la decisione. Questo perché, secondo quanto specificato dal premier, la sua amministrazione, essendosi instaurata in seguito alla caduta dell’ex presidente Omar al-Bashir e non essendosi ancora democraticamente legittimata, non possiede il potere di adottare una misura simile. L’esecutivo sudanese, attualmente presieduto da Hamdok, dovrebbe portare il Paese alle urne nel 2022, in modo che Khartoum possa dotarsi di un governo democraticamente eletto.

I commenti del primo ministro, tuttavia, non escludono che, sotto la pressione degli Stati Uniti, il governo di Khartoum sia disposto a contemplare la normalizzazione dei legami con l’ex rivale, Israele. Le visite delle delegazioni israeliane e statunitensi nel Paese ne sono la prova. Una mossa del genere, tuttavia, non dovrebbe essere imminente, dal momento che non è ancora chiaro quando l’assemblea legislativa sarà formata.

Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha affermato, mercoledì 21 ottobre, che spera che il Sudan riconosca “rapidamente” Israele. L’appello è arrivato poco dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di impegnarsi, lunedì 19 ottobre, a rimuovere al più presto il Sudan dalla lista di Stati sponsor del terrorismo.

Gli Stati Uniti hanno inserito il Sudan nell’elenco di Paesi sospettati di essere sponsor del terrorismo nel 1993, quattro anni dopo la presa di potere da parte del presidente, ormai deposto, Omar al-Bashir, accusando il suo governo di sostenere il terrorismo e di dare rifugio al leader di al-Qaeda, Osama bin Laden. Washington ha accusato Khartoum di fornire sostegno logistico e finanziario al gruppo jihadista e di averlo aiutato a bombardare le ambasciate statunitensi di Dar Es Salaam, in Tanzania, e Nairobi, in Kenya, nel 1998, oltre ad aver collaborato nell’attentato contro la nave USS Cole, al largo del porto di Aden, nel 2000. Gli USA, per queste e altre ragioni, hanno imposto anche sanzioni economiche e commerciali contro il Sudan, alleviate solo durante l’ultima presidenza di Barack Obama, nel 2017.

In cambio della rimozione dalla lista, il governo di transizione del Sudan ha accettato di pagare 335 milioni di dollari alle vittime degli attacchi alle ambasciate e al cacciatorpediniere statunitense. La misura spianerebbe la strada al governo di Khartoum per cercare di ottenere i prestiti del Fondo monetario internazionale e di prendere parte all’iniziativa della Banca Mondiale per i Paesi poveri fortemente indebitati (HIPC), attraendo investimenti che potrebbero risanare le casse, gravemente impoverite, dello Stato sudanese. L’economia del Paese africano ha subito un duro colpo quando il Sud Sudan è diventato indipendente, nel 2011, portando con sé i tre quarti della produzione petrolifera del Sudan.

Senza commercio estero e bisognose di una valuta forte, le autorità sudanesi hanno lottato a lungo per contenere la spirale inflazionistica nel Paese. A settembre, l’inflazione annuale è salita al 212,29% dal 166,83% di agosto, secondo l’Ufficio centrale di statistica sudanese. Nel frattempo, la moneta ha perso più del 50% del suo valore rispetto al dollaro USA negli ultimi due mesi e il governo, a corto di liquidità, sta lottando per pagare le forniture di beni essenziali come grano, carburante e medicinali.

Il governo transitorio del Sudan è stato formato per portare a conclusione i conflitti in corso nel Paese e per andare incontro alle richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. In tale quadro, Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del nuovo governo, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Attualmente, in aree remote del Sudan, come quella del Darfur, la maggior parte delle persone vive in campi per sfollati e rifugiati. In più, le dispute interne rimangono irrisolte perché le milizie arabe sono ancora presenti e hanno il controllo sulle terre che sono riuscite a sequestrare. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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