Sudan: ancora proteste, la polizia interviene con gas lacrimogeni

Pubblicato il 22 ottobre 2020 alle 12:43 in Africa Sudan

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Le forze di sicurezza sudanesi hanno lanciato gas lacrimogeni per disperdere centinaia di manifestanti accorsi nella capitale, Khartoum, per fare pressione sul governo affinché migliori le condizioni di vita della popolazione e porti avanti le riforme economiche promesse.

Le proteste sono giunte pochi giorni dopo la notizia secondo cui il presidente americano, Donald Trump, avrebbe deciso di avviare le procedure per la rimozione del Sudan dalla lista USA di Stati sponsor del terrorismo, una designazione che risale al governo dell’ex presidente sudanese, ormai deposto, Omar al-Bashir, e che ha reso difficile l’accesso ai finanziamenti esteri e al meccanismo per la cancellazione del debito.

Negli scontri tra manifestanti e polizia, avvenuti mercoledì 21 ottobre, almeno un civile è stato ucciso e molti altri sono rimasti feriti, secondo le dichiarazioni di un comitato di medici locali, diffuse dall’agenzia di stampa Reuters. Le proteste erano iniziate già diversi giorni prima, con l’obiettivo di coincidere con l’anniversario del rovesciamento del primo regime militare del Paese, nel 1964, ma si sono concluse dopo l’annuncio di Trump, rilasciato lunedì 19 ottobre.

Un testimone locale ha riferito a Reuters che le forze di sicurezza hanno bloccato tutti i ponti che collegano Khartoum, Bahari e Omdurman per impedire ai manifestanti di raggiungere il centro della città. Ci si aspettava che alcuni nostalgici del regime di al-Bashir si unissero alle proteste di mercoledì, per dare voce alla loro opposizione contro il nuovo governo di transizione, ma la folla riunitasi a Khartoum era in gran parte formata da dissidenti che chiedevano giustizia per le vittime delle violenze commesse dalle forze di polizia.

Il Sudan è in crisi economica da decenni. La valuta sudanese è scesa a 220 sterline contro il dollaro sul mercato nero, rispetto alle 50 sterline di due anni fa, e il Paese ha 60 miliardi di dollari di debiti esteri. La crisi ha subito un’accelerazione dopo il rovesciamento dell’ex presidente islamista al-Bashir, l’11 aprile 2019, e l’instaurazione di un governo di transizione a composizione mista, civile e militare.

Il governo transitorio del Sudan è stato formato per portare a conclusione i conflitti in corso nel Paese e per andare incontro alle richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. In tale quadro, il primo ministro, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del nuovo governo, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Attualmente, in aree remote del Sudan, come quella del Darfur, la maggior parte delle persone vive in campi per sfollati e rifugiati. In più, le dispute interne rimangono irrisolte perché le milizie arabe sono ancora presenti e hanno il controllo sulle terre che sono riuscite a sequestrare. 

Nel 1997, Washington ha imposto per la prima volta una serie di sanzioni economiche contro il Sudan e le ha poi rafforzate un anno dopo, in seguito agli attacchi contro le ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania. Successivamente, nel 2007, gli Stati Uniti sono tornati a imporre ulteriori sanzioni dopo lo scoppio del conflitto civile nella provincia occidentale del Darfur. Solo nell’ottobre 2017, con l’amministrazione dell’ex presidente Barack Obama, gli USA hanno revocato alcune delle sanzioni economiche, ma la cancellazione del Sudan dell’elenco americano degli Stati sponsor del terrorismo non è ancora avvenuta.

Il Sudan è stato inserito nell’elenco americano degli Stati sponsor del terrorismo nel 1993, con l’accusa di sostenere le organizzazioni jihadiste. In particolare, al Paese è stata imputata la colpa di aver offerto rifugio e protezione all’ex leader della rete qaedista, Osama bin Laden. Con il primo ministro sudanese Hamdok, la nazione sta cercando di riscattarsi e di ottenere un maggiore sostegno a livello internazionale. Il premier ha avvertito che, senza un supporto finanziario esterno, l’instabilità rischia di diffondersi attraverso le regioni dell’Africa orientale e nord-orientale mettendo a repentaglio la sicurezza di milioni di persone.

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Chiara Gentili

di Redazione

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