Cina-Vaticano: confermato l’accordo sui vescovi, Taiwan osserva

Pubblicato il 22 ottobre 2020 alle 15:02 in Cina Taiwan

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Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Cina, Zhao Lijian, ha reso noto, il 22 ottobre, che la Cina e il Vaticano, a seguito di negoziati amichevoli, hanno deciso di estendere per altri due anni l’accordo provvisorio per la nomina dei vescovi del Vaticano in Cina e ha aggiunto che le parti continueranno a mantenere contatti serrati per promuovere il percorso di miglioramento delle relazioni bilaterali.

Rispondendo, poi, ad una richiesta di commento riguardo al fatto che, il giorno precedente, il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, aveva dichiarato che l’accordo siglato e i negoziati intrapresi a tal fine tra il Vaticano e la Cina non riguardassero l’instaurazione delle  relazioni diplomatiche, Zhao ha fatto notare che l’estensione dell’accordo abbia testimoniato un momento di miglioramento dei rapporti bilaterali, ma non si è sbilanciato rispetto alla questione dell’allacciamento di rapporti diplomatici.

Nella stessa giornata, il Ministero Affari Esteri di Taiwan, o Repubblica di Cina, non riconosciuta da Pechino che la considera una sua provincia, ha specificato che il Vaticano ha ripetutamente dichiarato che l’intesa con le autorità di Pechino riguardi questioni puramente religiose e non diplomatiche o politiche e, a tal riguardo, ha specificato che Taiwan riserva grande importanza a tale promessa della Santa Sede, con la quale è in costante contatto in merito alla questione.  Secondo Taiwan, che ha dichiarato di monitorare con attenzione la situazione, non ci sarebbe stata una seconda firma ma un tacito accordo di rinnovo per vedere quelli che saranno gli effetti futuri dell’intesa. Taipei ha dichiarato di sperare che l’accordo possa migliorare i problemi di libertà religiosa esistenti in Cina, dove, a sua detta, si sarebbero intensificate le persecuzioni e le limitazioni ai fedeli, nel quadro della “sinizzazione” delle religioni che sta diventando “nazionalizzazione”, se non allineamento al Partito comunista cinese (PCC).

L’intesa rinnovata in data odierna era stata siglata per la prima volta il 22 settembre 2018, determinando un riavvicinamento tra il Papa e Pechino dopo 60 anni di stallo nei rapporti, e sarebbe scaduta oggi, spingendo così le parti al rinnovo. Nonostante i dettagli dell’intesa non siano stati resi pubblici, l’accordo si propone di risolvere la questione della nomina dei vescovi in Cina e prevede che il Papa abbia il diritto di veto, e quindi l’ultima parola, sulla loro designazione da parte della Cina, le cui istituzioni preposte, invece, scelgono i candidati da presentare al Vaticano. Oltre a questo, con l’accordo, il governo cinese ha consentito a tutti i vescovi cinesi di riconoscere l’autorità del Papa. Dal 2018, non vi sono ancora state nomine vescovili in Cina e il Papa non ha ancora mai esercitato tale potere, mettendo alla prova l’intesa.

L’accordo del 2018 aveva interrotto i circa 60 anni di stallo nelle relazioni tra Pechino e il Vaticano e, con esso, la Cina per la prima volta aveva riconosciuto il Papa come leader della Chiesa cattolica universale, mentre quest’ultimo si era invece riconciliato con i sette vescovi cinesi che erano stati in precedenza scomunicati. 

Dal 1940, la Cina aveva espulso la Chiesa dal proprio territorio e, più tardi, aveva avviato una propria Chiesa cattolica, indipendente da quella di Roma. Nel 1951, il Partito comunista cinese (PCC) decise quindi di interrompere i legami diplomatici con il Vaticano e, nel 1957, poi, istituì la Chinese Catholic Patriotic Association per assicurarsi che gli ecclesiastici si attenessero alla propria linea. Nel 1958, infine, Pechino nominò i primi due vescovi senza l’approvazione del Papa. Da allora, in totale, sono stati sette i vescovi nominati indipendentemente dalla Cina, i quali avevano ricevuto tutti la scomunica dalla Chiesa di Roma.

Ad oggi, in Cina vivono circa 12 milioni di cattolici che si dividono tra coloro che frequentano la Messa nelle chiese gestite dal governo e controllate dalla Chinese Catholic Patriotic Association, con sede a Pechino, e coloro che frequentano le cosiddette “chiese clandestine” e che riconoscono la sola autorità del Papa e dei circa 30 vescovi “occulti” attivi in Cina. Più denunce hanno affermato che questi ultimi e i loro fedeli sarebbero stati vittime di persecuzioni e arresti.

L’accordo tra la Cina e il Vaticano è stato di recente oggetto di dibattito dopo che, lo scorso 19 settembre, il segretario di Stato degli USA, Mike Pompeo, aveva criticato l’intesa in un articolo pubblicato sulla rivista cattolica conservatrice statunitense, First Things, sostenendo che la leadership “autocratica” del presidente cinese, Xi Jinping, abbia gravemente danneggiato i diritti umani dei fedeli di più religioni, le quali sono sottoposte ad “una campagna di sinizzazione per subordinare la figura di Dio al Partito e per promuovere lo stesso Xi come una divinità ultraterrena”.  In seguito a tali affermazioni, in occasione della sua visita in Italia, il 29 settembre scorso, il Papa aveva deciso di non incontrare Pompeo sostenendo che non lo avrebbe ricevuto per non influenzare le prossime elezioni presidenziali statunitensi, previste per il 3 novembre.

Prima di Pompeo, dopo la firma dell’accordo del 2018, Papa Francesco aveva attirato numerose critiche anche all’interno della Chiesa cattolica, dove alcuni cardinali avevano contestato la scelta di condividere la sua autorità con uno Stato comunista e altri avevano, invece, ritenuto che il Papa avesse “venduto” il culto cattolico “clandestino”.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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