Proteste in Thailandia: il governo allenta le tensioni

Pubblicato il 21 ottobre 2020 alle 16:28 in Asia Thailandia

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Il primo ministro della Thailandia, Prayut Chan-o-cha, ha indetto un incontro speciale del Parlamento per discutere delle proteste in corso a Bangkok e ha affermato, il 21 ottobre, che revocherà lo stato d’emergenza in vigore, imposto lo scorso 15 ottobre per frenare le manifestazioni. Nella stessa giornata, gruppi di sostenitori della monarchia sono scesi in strada per protestare contro il movimento popolare anti-establishment, con il quale si sono incontrati alla Ramkhamhaeng University, destando preoccupazioni rispetto al possibile verificarsi di scontri.

Prayut, che ha finora escluso la possibilità di dimettersi, ha affermato che sarà lui a compiere un primo passo per ridimensionare la situazione creatasi, specificando che ritirerà lo stato d’emergenza solamente se non si verificheranno episodi violenti durante lo svolgimento delle manifestazioni. Per Prayut, la situazione è sull’orlo del baratro verso il caos e le dispute portate alla luce dai manifestanti dovranno essere risolte in Parlamento. A tal fine, è stato proposto un incontro d’emergenza dell’istituzione per i prossimi 26 e 27ottobre, durante il quale verranno analizzate le proposte dei manifestanti.

Intanto, decine di migliaia di manifestanti hanno continuato a manifestare, marciando verso il Palazzo del governo per richiedere le dimissioni del premier thailandese, la rimozione dello stato d’emergenza e il rilascio dei cittadini finora arrestati in connessione alle proteste. Parallelamente, gruppi di sostenitori monarchici, vestiti di giallo, hanno organizzato manifestazioni a difesa della corona, dando vita a momenti di tensione che hanno visto le due fazioni gridare l’un l’altra, tirarsi oggetti, fin quando la polizia non è intervenuta per separarli. Finora, le proteste thailandesi sono state pacifiche e l’unico episodio violento è stato l’utilizzo di cannoni ad acqua da parte della polizia contro la folla per disperderla.

Dal 14 ottobre, a Bangkok, è iniziata una delle più importanti dimostrazioni anti-governative, con decine di migliaia di persone che richiedono le dimissioni del primo ministro in carica e del suo governo, la stesura di una nuova costituzione più democratica e riforme monarchiche. Le manifestazioni in corso sono state le più partecipate dall’inizio delle proteste, nate come un movimento pacifico organizzato on-line a inizio 2020 da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa nelle piazze dallo scorso 18 luglio.

In risposta alle dimostrazioni del 14 ottobre, il 15 ottobre, il governo thailandese ha imposto un rigido stato d’emergenza, vietando raduni, per fini politici, di oltre cinque persone, consentendo alla polizia di impedire l’accesso a determinate aree e proibendo la pubblicazione di informazioni e notizie in grado di “creare timori o distorcere intenzionalmente informazioni”. I soldati dell’Esercito sono stati posizionati di fronte al Palazzo del Governo e al Parlamento, e, insieme alla polizia, hanno istituito più posti di blocco. Il decreto è stato adottato dopo che, il 14 ottobre, al passaggio di un veicolo della casa reale che trasportava la regina, la polizia ha dovuto trattenere la folla di manifestanti per consentirne il transito, durante il quale sono stati esternati segni di dissenso. Due persone sono state arrestate in connessione a tale episodio e rischiano condanne che prevedono anche la pena di morte.

In base alle disposizioni dello stato d’emergenza, il 20 settembre, un tribunale thailandese ha ordinato la sospensione di un canale televisivo online, Voice TV, colpevole di aver violato le misure d’emergenza, e altri tre media sono sotto accusa e in attesa di un verdetto per lo stesso motivo. In particolare, Voice TV avrebbe anche violato il Computer Crime Act caricando sui propri canali “informazioni false”, secondo quanto dichiarato dal Ministero per il Digitale. L’emittente in questione è di proprietà della famiglia della ex-premier, Yingluck Shinawatra, rovesciata nel 2014 da un colpo di Stato organizzato proprio da Prayut.

L’attuale primo ministro thailandese è un ex membro dell’Esercito nazionale che aveva preso il potere per la prima volta nel 2014, proprio con tale colpo di Stato. Nel 2017, Prayut aveva poi adottato una nuova Costituzione ampliando i poteri della corona e conferendo all’Esercito il compito di nominare i membri del Senato. Prayut è poi rimasto alla guida del Paese anche dopo le ultime elezioni nazionali, organizzate nel 2019, alle quali è risultato vincitore, nonostante in molti ritengano che le votazioni siano state manipolate in suo favore. 

 Le richieste finora avanzate stanno dimostrando che è in corso un generale cambiamento sociale interno al Paese, come rivelato, ad esempio, dagli inediti attacchi alla monarchia. In Thailandia, rivolgere critiche alla corona è un reato, secondo la legge di lesa maestà, che prevede pene fino a 15 anni di reclusione. La stessa Costituzione thailandese sancisce poi che alla monarchia spetti una posizione di venerazione. Ciò nonostante, i manifestanti stanno chiedendo la limitazione dei poteri del re sulla Costituzione, sull’Esercito e sulle proprietà della corona.

La Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932 quando tale forma di governo ha sostituito la monarchia assoluta, in seguito all’azione di un gruppo di militati e civili che si definiva appunto Movimento del Popolo Da allora, però, il Paese ha adottato almeno 18 Costituzioni e ha assistito a 13 colpi di Stato. Nel tempo, si sono verificate più ondate di proteste a sostegno della democrazia che nel 1973 e nel 1992 videro una violenta repressione da parte delle autorità e che portarono alla morte più manifestanti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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