Sudan: vicina la rimozione dalla lista USA di Stati sponsor del terrorismo

Pubblicato il 20 ottobre 2020 alle 11:28 in Sudan USA e Canada

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Dopo mesi di negoziati tra il governo di transizione sudanese e l’amministrazione statunitense, per cercare di rimuovere il Sudan dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo, un tweet di Donald Trump ha annunciato che una svolta è imminente. “Grandi notizie!” ha scritto il presidente degli Stati Uniti su Twitter, lunedì 19 ottobre. “Il nuovo governo del Sudan, che sta facendo grandi progressi, ha accettato di pagare 335 MILIONI di dollari alle vittime e alle famiglie statunitensi vittime del terrorismo. Una volta depositata la somma, rimuoverò il Sudan dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Finalmente sarà fatta GIUSTIZIA per il popolo americano e un GRANDE passo per il Sudan!”, ha aggiunto.

L’annuncio è stato prontamente accolto con favore dal primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, il cui governo ha spinto con forza per ottenere la rimozione dalla lista e poter in questo modo rilanciare l’economia sudanese, in grande difficoltà. “Attendiamo con impazienza la notifica ufficiale al Congresso per revocare la designazione del Sudan come Stato sponsor del terrorismo, una designazione che è costata fin troppo al Sudan”, ha scritto Hamdok, sempre su Twitter. Il Congresso degli Stati Uniti dovrebbe approvare la rimozione dopo essere stato formalmente informato dal presidente.

Gli Stati Uniti hanno inserito il Sudan nella lista di Paesi sponsor del terrorismo nel 1993, quattro anni dopo la presa di potere da parte del presidente, ormai deposto, Omar al-Bashir, accusando il suo governo di sostenere il terrorismo e di dare rifugio al leader di al-Qaeda, Osama bin Laden. Washington ha accusato Khartoum di fornire sostegno logistico e finanziario al gruppo jihadista e di averlo aiutato a bombardare le ambasciate statunitensi di Dar Es Salaam, in Tanzania, e Nairobi, in Kenya, nel 1998, oltre ad aver collaborato nell’attentato contro la nave USS Cole, al largo del porto di Aden, nel 2000. Gli USA, per queste e altre ragioni, hanno imposto anche sanzioni economiche e commerciali contro il Sudan, alleviate solo durante l’ultima presidenza di Barack Obama, nel 2017.

In cambio della rimozione dalla lista, il governo di transizione del Sudan ha accettato di pagare 335 milioni di dollari alle vittime degli attacchi alle ambasciate e al cacciatorpediniere statunitense. La misura spianerebbe la strada al governo di Khartoum per cercare di ottenere i prestiti del Fondo monetario internazionale e di prendere parte all’iniziativa della Banca Mondiale per i Paesi poveri fortemente indebitati (HIPC), attraendo investimenti che potrebbero risanare le casse, gravemente impoverite, dello Stato sudanese. L’economia del Paese africano ha subito un duro colpo quando il Sud Sudan è diventato indipendente, nel 2011, portando con sé i tre quarti della produzione petrolifera del Sudan.

Senza commercio estero e bisognose di una valuta forte, le autorità sudanesi hanno lottato a lungo per contenere la spirale inflazionistica nel Paese. A settembre, l’inflazione annuale è salita al 212,29% dal 166,83% di agosto, secondo l’Ufficio centrale di statistica sudanese. Nel frattempo, la moneta ha perso più del 50% del suo valore rispetto al dollaro USA negli ultimi due mesi e il governo, a corto di liquidità, sta lottando per pagare le forniture di beni essenziali come grano, carburante e medicinali.

Nelle ultime settimane, i colloqui tra i funzionari sudanesi e statunitensi sembravano essersi bloccati dopo la notizia secondo cui gli Stati Uniti avrebbero voluto collegare il delisting all’instaurazione di legami diplomatici con Israele, come già successo tra Tel Aviv, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, grazie alla mediazione di Washington. Tuttavia, durante una visita del Segretario di Stato americano Mike Pompeo a Khartoum, a fine agosto, Hamdok aveva precisato che la sua amministrazione, in quanto governo di transizione, non aveva il potere di prendere una simile decisione. L’esecutivo sudanese, attualmente presieduto dal premier Hamdok, dovrebbe portare il Paese alle urne nel 2022, in modo che Khartoum possa dotarsi di un governo democraticamente eletto.

Mentre il tweet di Trump non ha fatto menzione dei tentativi degli Stati Uniti di convincere il Sudan a stabilire relazioni con Israele, in cambio dell’accelerazione del processo di rimozione dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo, alcuni alti funzionari sudanesi, che hanno parlato con il quotidiano Al Jazeera in condizione di anonimato, hanno affermato che la questione sembra tutt’altro che fuori discussione e che sono ancora in corso sforzi diplomatici per inserire il Sudan tra i Paesi che riconoscono ufficialmente Israele. Gli assistenti del Congresso statunitense, tuttavia, sostengono che il Sudan possa comunque ottenere l’aiuto e il sostegno di Washington anche senza il riconoscimento di Tel Aviv, perché, a detta dei funzionari americani intervistati da Al-Jazeera, l’obiettivo degli Stati Uniti è quello di “vedere il governo di transizione sudanese condurre con successo il Paese verso la democrazia”.

Il governo transitorio del Sudan è stato formato per portare a conclusione i conflitti in corso nel Paese e per andare incontro alle richieste dei cittadini, desiderosi di una svolta politica dopo anni di governo autoritario. In tale quadro, Hamdok, ha prestato giuramento, il 21 agosto 2019, come leader del nuovo governo, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Attualmente, in aree remote del Sudan, come quella del Darfur, la maggior parte delle persone vive in campi per sfollati e rifugiati. In più, le dispute interne rimangono irrisolte perché le milizie arabe sono ancora presenti e hanno il controllo sulle terre che sono riuscite a sequestrare. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.