Rappresentante del Tibet ricevuto al Dipartimento di Stato USA

Pubblicato il 19 ottobre 2020 alle 17:01 in Tibet USA e Canada

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Il capo del governo tibetano in esilio, Lobsang Sangay, ha riferito di aver incontrato il nuovo coordinatore speciale degli Stati Uniti per il Tibet presso il Dipartimento di Stato. Tale evento potrebbe causare l’ira della Cina. 

Se la notizia fosse confermata, Sangay sarebbe il primo rappresentante politico dei tibetani ad essere ricevuto presso il Dipartimento di Stato degli USA, in 60 anni. Il 14 ottobre, il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha nominato il nuovo alto funzionario per i diritti umani, Robert Destro, come inviato speciale per le questioni tibetane. Pechino ha risposto bruscamente a tale nomina, affermando che si trattava di un tentativo degli USA di destabilizzare il Tibet. La Cina ha poi ribadito che non avrebbe permesso alcuna interferenza nelle questioni interne cinesi. In passato, i funzionari statunitensi, tra cui la maggior parte dei presidenti degli Stati Uniti, hanno incontrato il Dalai Lama, il leader spirituale del Tibet, ma si sono ben guardati dal ricevere formalmente il capo del governo in esilio, poiché tale gesto sarebbe stato percepito come una grave provocazione da Pechino. 

Il 19 ottobre, Lobsang Sangay, il presidente dell’Amministrazione Centrale Tibetana (CTA), ha dichiarato che era stata la prima volta che il capo della CTA veniva ricevuto presso il Dipartimento di Stato statunitense. “Questo è un momento storico, stanno riconoscendo il leader democraticamente eletto dei tibetani e il CTA. È stato un gesto politico valido da parte del governo degli Stati Uniti”, ha dichiarato Sangay. Il capo del governo tibetano ha aggiunto che lui e Destro hanno discusso dell’approvazione anticipata del nuovo Tibet Policy and Support Act al Senato degli Stati Uniti, che avverrà nei prossimi mesi. La legge, che è già stata approvata dalla Camera dei Rappresentanti, prevede una posizione ancora più forte degli Stati Uniti sul Tibet e richiede la creazione di un consolato degli Stati Uniti a Lhasa, il diritto assoluto dei tibetani di scegliere un successore del Dalai Lama e di preservare le risorse naturali del Tibet. “Si tratta di una revisione importante della legge sulla politica tibetana del 2002”, ha aggiunto Sangay. “Tutto quello che volevamo, è in atto”, ha aggiunto. 

Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, il primo ottobre 1949, Pechino prese il controllo sulla regione del Tibet nel 1951, a conclusione di quella che è stata definita la “liberazione pacifica” della regione himalayana dal feudalesimo, avviata nel 1950. Negli anni successivi, si verificarono varie forme di rivolta e resistenza contro il dominio della Cina, guidata allora da Mao Zedong. Nel 1959,  la popolazione cercò di sollevarsi contro il governo di Pechino per liberare la regione ma il movimento fu represso dall’Esercito di Liberazione Popolare (EPL), spingendo il Dalai Lama, l’allora leader politico e spirituale del buddismo tibetano, a rifugiarsi in India da dove svolge ancora la sua funzione spirituale ma non politica.

Numerose organizzazioni per la tutela dei diritti umani sostengono che Pechino stia intraprendendo un’opera di repressione della cultura locale, della religione buddista e dell’identità minoritaria tibetana. Al contempo, l’accesso al territorio della regione è stato negli anni limitato da Pechino, rilasciando raramente permessi per visitare la regione e sottoponendo i visitatori a rigide regole. In tale contesto, gli Stati Uniti hanno sostenuto il Tibet contro Pechino in numerose occasioni. Con l’inasprirsi dei rapporti bilaterali con la Cina, a partire dal marzo del 2018, il supporto di Washington è cresciuto. A tale proposito, lo scorso 7 luglio, gli USA hanno annunciato l’imposizione di restrizioni di viaggio per i funzionari cinesi coinvolti nella formulazione o esecuzione delle politiche di accesso al Tibet.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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