Cile: riprendono le proteste

Pubblicato il 19 ottobre 2020 alle 8:00 in America Latina Cile

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Due chiese nel centro di Santiago del Cile sono state bruciate domenica 18 ottobre dopo la massiccia manifestazione che ha riunito decine di migliaia di persone per commemorare il primo anniversario dell’ondata di proteste che ha scosso il Paese nell’ottobre dello scorso anno e a una settimana dal plebiscito con cui i cileni sono chiamati a esprimersi sulla Costituzione del Paese. Durante la giornata sono stati registrati anche saccheggi di esercizi commerciali.

Il primo santuario attaccato è stata la Iglesia de San Francisco de Borja, usata regolarmente dalle forze di polizia dei Carabineros per cerimonie istituzionali; poche ore dopo è stata data alle fiamme la Iglesia de la Asunción, una delle più antiche della capitale cilena con più di un secolo e mezzo di storia. Quando la cupola è caduta in fiamme dopo il crollo della struttura, diversi manifestanti hanno festeggiato, secondo la stampa latinoamericana. Entrambe le chiese sono state attaccate da uomini incappucciati.

Quando la chiesa de la Asunción è bruciata, vigili del fuoco e soccorritori hanno realizzato una recinzione per evitare che il crollo della struttura colpisse le persone. “Lasciala cadere, lasciala crollare” – hanno gridato alcuni uomini incappucciati, che hanno celebrato la successiva caduta della cupola della chiesa, detta anche “parrocchia degli artisti”.

I templi si trovano nei dintorni di Plaza Italia, epicentro della cosiddetta “epidemia sociale”, che questa domenica è stata teatro di una delle concentrazioni più massicce finora registrate nel 2020.

In prossimità della rotonda, battezzata dai manifestanti come “Plaza Dignidad”, sono stati anche saccheggiati diversi negozi, tra cui un supermercato, e sono stati registrati anche attacchi di uomini incappucciati ad alcune stazioni di polizia alla periferia della capitale, come Puente Alto.

Questi incidenti hanno oscurato una giornata trascorsa per lo più in un clima di festa con giovani, gruppi sociali e intere famiglie che brandivano bandiere e striscioni a favore di una maggiore uguaglianza sociale e intonavano la frase che è diventata il motto dei disordini: “Il Cile si è svegliato!”. I gruppi di manifestanti hanno cominciato ad arrivare presto, fino a raggiungere le decine di migliaia di persone, nonostante la pandemia di coronavirus. In piazza si sono radunati per lo più giovani ma anche famiglie e anziani.

Si sono verificati disordini anche nei quartieri periferici della città e un distributore di benzina è stato incendiato nel comune di Puente Alto, centro di manifestazioni spesso violente.

Il ministro dell’Interno, Víctor Pérez, in dichiarazioni dal palazzo della Moneda, ha affermato di notte che “abbiamo pochi atti di violenza di cui rimpiangere i danni” e ha definito gli attacchi alle chiese “un’espressione di brutalità” . Ha aggiunto che il governo “è consapevole che i gruppi violenti cercheranno di continuare ad agire e causare danni”.

Il corpo dei Carabineros, che, a differenza di altre settimane, è stato in disparte per la maggior parte del tempo, ha dispiegato un ampio dispositivo di sicurezza, che comprendeva 40.000 agenti in tutto il paese, poiché, oltre a Santiago, c’erano anche concentrazioni in città come Valparaíso, Viña del Mar, Antofagasta e Concezione.

Anche se la polizia ha sorvegliato il luogo sin dall’inizio, con l’aumento del numero dei manifestanti, le truppe sono state ritirate da Plaza Italia, ricoperta di manifesti e bandiere. La stragrande maggioranza delle persone indossava le mascherine per via del coronavirus, ma anche per consentire ai manifestanti di affrontare i gas lacrimogeni solitamente utilizzati dalle forze di sicurezza.

Nella fase iniziale un gruppo ha ridipinto di rosso la statua del generale Baquedano che domina la piazza, come era già avvenuto venerdì e dopo che era stata ridipinta dalle autorità.

Le manifestazioni dell’anniversario del 18 ottobre 2019 si tengono a una settimana dal plebiscito in cui 14,5 milioni di cileni sono chiamati alle urne per decidere se vogliono sostituire l’attuale Costituzione, ereditata dalla dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990) e vista come l’origine delle disuguaglianze che affliggono il Paese. Il Cile è il paese più ricco dell’America Latina, ma gli altissimi costi di istruzione e sanità fanno sì che i due terzi delle famiglie cilene siano indebitati.

Il plebiscito, che si sarebbe tenuto in aprile ma è stato rimandato per via della pandemia, cerca di ridurre la tensione in un Paese che fino allo scorso anno era considerato il più stabile dell’America Latina e che ora è fortemente polarizzato.

Il governo del presidente Sebastián Piñera aveva chiesto che la manifestazione si svolgesse in modo pacifico e nel rispetto delle misure sanitarie per la pandemia, che in Cile fa attualmente registrare 491.760 casi e 13.635 morti accertate.

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Italo Cosentino, interprete di spagnolo

di Redazione

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