Iran: scade l’embargo sulle armi convenzionali

Pubblicato il 18 ottobre 2020 alle 12:45 in Iran Medio Oriente

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L’embargo sulle armi convenzionali in Iran, durato 13 anni, è scaduto il 18 ottobre, in ottemperanza alla Risoluzione 2231 delle Nazioni Unite del 20 luglio 2015 per la rimozione delle sanzioni e dell’embargo sulle armi convenzionali in Iran, in seguito alla firma del Piano d’Azione congiunto globale (JCPOA), il 14 luglio precedente. La conclusione dell’embargo consentirà a Teheran di acquistare e vendere legalmente armi convenzionali come missili, elicotteri e carrarmati.

Il 18 ottobre stesso, il Ministero degli Esteri iraniano ha rilasciato una dichiarazione in cui si legge: “Da oggi, tutte le restrizioni al trasferimento di armi, insieme alle attività e ai servizi finanziari connessi, da e verso la Repubblica islamica dell’Iran, sono conclusi”, specificando che il Paese potrà ora procurarsi qualsiasi armamento ed equipaggiamento necessario da qualsiasi fornitore, senza incorrere in restrizioni legali e basandosi solamente sulle necessità di difesa. Il Ministero ha però precisato che l’Iran è auto-sufficiente per quanto riguarda la propria difesa e che “armi non convenzionali, strumenti di distruzione di massa e una sostenuta campagna d’acquisto di armi convenzionali” non hanno alcun posto nella dottrina di difesa del Paese.

Nonostante la fine dell’embargo, più osservatori hanno fatto notare che nel breve periodo Teheran non sarà in grado di usufruire della nuova libertà ottenuta, in primo luogo perché le continue sanzioni economiche imposte da Washington dal 2018 hanno significativamente limitato le capacità di acquisto iraniane di sistemi avanzati, dall’alto costo sia d’acquisto, sia di manutenzione che si aggira nell’ordine dei miliardi di dollari. In secondo luogo, qualsiasi Paese che intenda vendere armi a Teheran, qui incluse Russia e Cina,  dovrà agire  alla luce dei propri interessi di politica estera che dovranno tener conto delle relazioni con Washington e dei propri interessi e degli equilibri nella regione del Golfo e in quella mediorientale in generale.

Gli Stati Uniti si sono fermamente opposti alla conclusione dell’embargo sulle armi convenzionali in Iran, tant’è che, lo scorso 14 agosto,  avevano richiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di estenderlo, incontrando, però, opposizione nei voti contrari di Cina e Russia e nell’astensione di Francia, Regno Unito, Germania e altri otto Stati, che hanno fatto naufragare la richiesta statunitense.  Ciò nonostante, lo scorso 19 settembre, gli USA avevano annunciato il ripristino unilaterale delle sanzioni Onu contro l’Iran a tempo “indeterminato”, sostenendo che il Paese non abbia rispettato gli impegni presi in materia nucleare e minacciando conseguenze per qualsiasi membro dell’Onu che non si atterrà alle sanzioni.

Lo scorso 8 ottobre, intanto, Washington ha poi imposto nuove sanzioni contro le 18 principali banche iraniane, inserendole nella cosiddetta lista nera statunitense e minacciando l’esclusione di Teheran dal sistema finanziario globale, avendo imposto indirettamente sanzioni agli istituti finanziari esteri che intrattengono relazioni e affari con gli enti iraniani sanzionati.

Washington potrebbe comunque decidere di ripristinare anche le sanzioni Onu contro l’Iran alla luce del cosiddetto “meccanismo snapback”, contenuto nella Risoluzione 2231 e in base al quale, anche se gli Stati Uniti si fossero ritirati dal JCPOA, Washington sarebbe restata comunque un partecipante avente il diritto di prolungare l’embargo sulle armi convenzionali e di prevedere l’applicazione di ulteriori sanzioni su Teheran.

Il JCPOA, anche noto come Accordo sul nucleare iraniano, era stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea ed era stato la premessa necessaria per arrivare alla Risoluzione 2231. L’accordo prevede limiti allo sviluppo del programma nucleare iraniano in cambio del progressivo allentamento delle sanzioni internazionali che gravano su Teheran.  L’8 maggio 2018, però, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, ritenendolo insoddisfacente.

Gli USA sono contrari a sollevare l’embargo sulle armi  in Iran perché temono l’arrivo nel Paese di una moltitudine di armi in grado di contribuire a destabilizzare ulteriormente la regione mediorientale. In merito a tale problematica, dalla parte di Washington, contro Teheran, si sono finora schierati Israele e altri Stati arabi avversi all’espansione dell’influenza iraniana nella regione mediorientale. Tuttavia, rispetto all’embargo sulle armi in Iran l’amministrazione Trump non è riuscita ad ottenere l’appoggio dei propri alleati storici europei, ovvero Germania, Francia e Regno Unito che hanno sostenuto al contrario l’implementazione di quanto previsto dalla Risoluzione 2231. Tuttavia, l’Unione Europea ha in vigore un embargo sulle armi convenzionali e sui missili in Iran che sarà valido fino al 2023 e che le impedirà comunque tale tipo di scambi con Teheran.

Per quanto riguarda, infine la Cina e la Russia, secondo osservatori citati da Al-Jazeera, la prima potrebbe decidere di non esacerbare ulteriormente le relazioni con Washington con un accordo di vendita delle armi a Teheran, anche in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del prossimo 3 novembre. Queste ultime, se vinte dall’opponente di Trump, Joe Biden, potrebbero rappresentare un’opportunità per Pechino di interfacciarsi con una nuova amministrazione con la quale recuperare lo stato delle relazioni bilaterali, vista la rotta nei rapporti con quella attuale. Per quanto riguarda la Russia, nonostante siano circolate varie speculazioni rispetto all’imminente conclusione di un accordo per l’acquisto di più armi e mezzi bellici, non vi sarebbe alcuna prova certa di negoziati a riguardo e, anche in questo caso, Teheran e Mosca potrebbero decidere di aspettare i risultati delle prossime elezioni presidenziali USA.

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Camilla Canestri

di Redazione

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