Thailandia: la giornata più violenta dall’inizio delle proteste

Pubblicato il 17 ottobre 2020 alle 9:03 in Asia Thailandia

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La polizia thailandese ha utilizzato, il 16 ottobre a Bangkok, cannoni ad acqua per sparare sulla folla di decine di migliaia di manifestanti liquido urticante. Nella stessa giornata, il primo ministro, Prayut Chan-ocha, del quale le proteste richiedono le dimissioni, ha dichiarato che non lascerà il proprio incarico e ha messo in guardia i partecipanti al movimento anti-governativo.

Il 16 ottobre, i manifestanti thailandesi si sono radunati nel centro di Bangkok, all’incrocio di una nota zona commerciale, sfidando il bando imposto dal governo, il giorno prima. Uno dei leader delle manifestazioni, Tattep Ruangprapaikitseree, ha denunciato: “Il governo dittatoriale sta utilizzando la violenza per disperdere il movimento del popolo”. Fino al 16 ottobre, la polizia non aveva mai utilizzato forme di violenza per disperdere i manifestanti, le cui dimostrazioni sono state per lo più pacifiche, ma, di fronte a tale cambiamento, a tre ore dall’inizio delle manifestazioni del 16 ottobre, gli organizzatori hanno chiesto ai partecipanti di disperdere la folla.

Ad oggi, sarebbero almeno 40 le persone arrestate per aver partecipato alle dimostrazioni anti-governative, dall’inizio delle manifestazioni in corso, il 14 ottobre. Tra i detenuti ci sono anche leader del movimento come Arnon Nampa e Parit Chiwarak, noto come “il Pinguino”, i quali potranno essere trattenuti fino a 30 giorni.

Il 14 ottobre, a Bangkok, è iniziata una delle più importanti dimostrazioni anti-governative, alla quale si sono unite decine di migliaia di persone. In risposta, il 15 ottobre, il governo thailandese ha imposto un rigido stato d’emergenza, vietando raduni, per fini politici, di oltre cinque persone, consentendo alla polizia di impedire l’accesso a determinate aree e proibendo la pubblicazione di informazioni e notizie in grado di “creare timori o distorcere intenzionalmente informazioni”. I soldati dell’Esercito sono stati posizionati di fronte al Palazzo del Governo e al Parlamento, e, insieme alla polizia, hanno istituito più posti di blocco. Il decreto è stato adottato dopo che, il 14 ottobre, al passaggio di un veicolo della casa reale, la polizia ha dovuto trattenere la folla di manifestanti per consentirne il transito, durante il quale sono stati esternati segni di dissenso.

Il 16 ottobre, un portavoce della polizia, Yingyot Thepchamnong, ha dichiarato: “Abbiamo rilasciato avvertimenti contro atti illegali, dopodiché, saranno adottate misure serrate per applicare la legge”, parallelamente, un suo collega, Kissana Phathanacharoen, ha difeso l’utilizzo dei cannoni ad acqua, aggiungendo che i prodotti chimici urticanti contenuti nell’acqua non fossero pericolosi e che la polizia si è attenuta agli “standard internazionali previsti per disperdere le proteste”. Tuttavia, anche l’alto commissario per i Diritti Umani dell’Onu, Michelle Bachelet, ha espresso preoccupazione per la situazione in Thailandia, soprattutto per quanto riguarda le accuse ricevute per crimini come la sedizione dai manifestanti arrestati, i quali, a sua detta, stanno pacificamente esercitando un loro diritto fondamentali.

Il primo ministro Prayut, ex membro dell’Esercito nazionale che aveva preso il potere per la prima volta nel 2014 con un colpo di Stato, dopo aver partecipato ad un incontro d’emergenza del governo, il 16 ottobre, oltre a ribadire che non si dimetterà, ha comunicato che: “Il governo deve utilizzare il decreto d’emergenza, in quanto è necessario agire perché la situazione è diventata violenta”, specificando che le nuove disposizioni resteranno in vigore per trenta giorni. Le proteste sono state generalmente pacifiche e l’episodio di violenza a cui ha fatto riferimento Prayut riguarda il blocco del veicolo reale del 14 ottobre, nel quale viaggiava la regina Suthida, che ha ricevuto fischi. Due persone sono state finora arrestate in connessione a tale vicenda con l’accusa di violenza contro la regina, per la quale è prevista anche la pena di morte nel caso in cui si ritenga che la vita della sovrana sia stata messa a rischio. Pur non nominandole direttamente, anche il re del Paese, del quale i manifestanti chiedono vengano limitati i poteri, il 16 ottobre, ha affermato che la Thailandia ha bisogno di persone che amino il Paese e la monarchia.

Le attuali proteste in Thailandia sono nate come un movimento pacifico organizzato on-line a inizio 2020 da gruppi studenteschi che hanno poi coinvolto più strati della popolazione, scesa nelle piazze dallo scorso 18 luglio. I manifestanti richiedono le dimissioni del primo ministro in carica e del suo governo, la stesura di una nuova costituzione più democratica e riforme monarchiche. 

 Le richieste finora avanzate stanno dimostrando che è in corso un generale cambiamento sociale interno al Paese, come rivelato, ad esempio, dagli inediti attacchi alla monarchia. In Thailandia, rivolgere critiche alla corona è un reato, secondo la legge di lesa maestà, che prevede pene fino a 15 anni di reclusione. La stessa Costituzione thailandese sancisce poi che alla monarchia spetti una posizione di venerazione. Ciò nonostante, i manifestanti stanno chiedendo la limitazione dei poteri del re sulla Costituzione, sull’Esercito e sulle proprietà della corona.

La Thailandia è diventata una monarchia costituzionale nel 1932 quando tale forma di governo ha sostituito la monarchia assoluta, in seguito all’azione di un gruppo di militati e civili che si definiva appunto Movimento del Popolo Da allora, però, il Paese ha adottato almeno 18 Costituzioni e ha assistito a 13 colpi di Stato. Nel tempo, si sono verificate più ondate di proteste a sostegno della democrazia che nel 1973 e nel 1992 videro una violenta repressione da parte delle autorità e che portarono alla morte più manifestanti.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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