Il Canada contro la “diplomazia coercitiva” di Pechino

Pubblicato il 17 ottobre 2020 alle 7:09 in Cina USA e Canada

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Il primo ministro canadese, Justin Trudeau, ha dichiarato, due volte in una settimana, che continuerà a opporsi alla “diplomazia coercitiva” della Cina e alle sue violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang. 

“Ci batteremo in modo chiaro e forte per i diritti umani in tutto il mondo, sia che si parli della situazione affrontata dagli uiguri, che si parli della situazione molto preoccupante di Hong Kong, sia che stia chiamando la Cina per la sua diplomazia coercitiva”, ha affermato Trudeau in una conferenza stampa, il 16 ottobre. Il primo ministro canadese aveva già ha avvertito la Cina che la sua “diplomazia coercitiva” è controproducente per se stessa e per il resto del mondo, il 13 ottonbre. Trudeau ha preso di mira Pechino martedì in occasione del 50° anniversario dei rapporti diplomatici del Canada con la Cina. 

“Rimarremo assolutamente impegnati a lavorare con i nostri alleati per garantire che l’utilizzo della Cina della diplomazia coercitiva, la sua detenzione arbitraria di due cittadini canadesi insieme ad altri cittadini di altri Paesi in tutto il mondo non sia vista come una tattica di successo per loro”, ha dichiarato Trudeau a una conferenza stampa. Il premier ha anche menzionato la “preoccupazione del Canada per la protezione dei diritti umani”. Trudeau ha quindi affermato che il Canada “continuerà a lavorare con le nazioni che la pensano allo stesso modo in tutto il mondo, per convincere la Cina che il suo approccio agli affari interni e agli affari globali non è su un percorso particolarmente produttivo per se stesso o per tutti noi”. 

Una grave crisi tra Canada e Cina è scoppiata a dicembre del 2018, quando Pechino ha arrestato 2 cittadini canadesi, un ex diplomatico, Michael Kovrig, e un imprenditore, Michael Spavor, con l’accusa di spionaggio. Tali arresti sono avvenuti in risposta alla presa in custodia da parte di Ottawa della direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, avvenuta il 1° dicembre, per via di un mandato di arresto internazionale emesso dagli Stati Uniti. Poco dopo, la Cina ha arrestato ulteriori 2 cittadini canadesi, condannandoli a morte, con l’accusa di traffico di stupefacenti. Il 5 settembre 2019, il primo ministro canadese, Justin Trudeau, ha ribadito la posizione del proprio governo, secondo cui la detenzione cinese dei cittadini canadesi era inaccettabile. “L’uso della detenzione arbitraria come strumento per raggiungere obiettivi politici – internazionali o nazionali – è qualcosa che preoccupa non solo il Canada, ma i nostri alleati”, ha dichiarato il premier.

Tale crisi si inserisce nel clima già molto teso tra Stati Uniti e Cina. L’amministrazione dell’attuale presidente degli USA, Donald Trump, ha aumentato la pressione contro la Cina in ambito commerciale, a partire dal marzo del 2018, ma anche su numerose altre questioni, tra cui la gestione della pandemia di coronavirus, il “bullismo” nei confronti dei Paesi vicini nel Pacifico e l’atteggiamento nei confronti di Hong Kong e Taiwan. Una delle questioni largamente discusse e appoggiate in maniera bilaterale da democratici e repubblicani anche al Congresso, riguarda invece i diritti umani. In particolare, si tratta della denuncia del trattamento riservato da Pechino alla minoranza cinese musulmana degli Uiguri. Le Nazioni Unite hanno affermato di avere rapporti credibili secondo cui 1 milione di musulmani cinesi, principalmente di etnia uiguri, sono stati rinchiusi in una serie di “campi rieducativi” nella regione dello Xinjiang, dove gli vengono imposti lavori forzati. Pechino nega il maltrattamento della minoranza e afferma che i campi in questione sono “centri di formazione professionale”, dove vengono mandati gli individui a rischio di radicalizzazione, per combattere il fenomeno dell’estremismo islamico.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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